Child 44 – Il bambino numero 44

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4.5 Awesome
  • voto 4.5

C’è del marcio in Russia

Portare un romanzo al cinema non è mai impresa semplice e, quando non si ha una precisa idea su quale linea seguire per “trasformare” degnamente le pagine in immagini, si rischia sempre di non rendere onore all’opera originale. Daniel Espinosa, purtroppo, dimostra in Child 44 – Il bambino numero 44 di non avere le capacità per riuscire a destreggiare la materia letteraria del libro omonimo scritto nel 2008 da Tom Rob Smith, mettendo in scena un thriller scialbo, prevedibilmente caotico e prolisso.
La storia prende le fila dalla celeberrima vicenda del mostro di Rostov, Andrej Romanovič Čikatilo, che fu accusato dell’omicidio di 53 donne e bambini, e l’azione è spostata dagli anni settanta alla Russia Sovietica del 1953, dove Leo Demidov (Tom Hardy), membro di spicco della polizia segreta sovietica dell’Mgb ed eroe di guerra, si mette sulle tracce del serial killer di bambini, insospettito dal susseguirsi di omicidi commessi sempre con lo stesso modus operandi. Ammettere l’esistenza di un killer in un regime fondato sul concetto del “non esistono omicidi in Paradiso”, contrapponendolo al degenerante capitalismo corruttore di coscienze, non è cosa semplice, e Demidov si troverà a scontrarsi contro ostacoli più grandi di lui: dapprima accusato di tradimento dal collega rivale Vasili (Joel Kinnaman) per essersi rifiutato di denunciare la moglie dissidente Raisa (Noomi Rapace), in seguito costretto a perdere la sua posizione ed esiliato da Mosca in uno squallido avamposto industriale di provincia. Seppur privato di tutto, Demidov non desiste dalla sua ricerca del killer e, con l’aiuto della moglie e del generale Mikhail Nesterov (Gary Oldman), si mette sulle tracce del boia scontrandosi con le pressioni di un regime che cerca di occultare tutto, una sorta di claustrofobico panopticon dipinto in tinte orwelliane.
Per meglio definire la sostanza di Child 44, si potrebbero immaginare tre rette parallele che se ne vanno a spasso per conto proprio,  tante quante sono le macro vicende che il film vorrebbe far coesistere, fallendo: da una parte abbiamo la vicenda del killer, dall’altra l’oppressione del regime incarnata dal rivale Vasili e dall’altra la liaison matrimoniale tra Demidov e Raisa che ritrova nuova linfa dall’esilio. Espinosa dopo una prima parte interamente dedicata al killer di Rostov si perde tra le trame e sottotrame, tant’è che a un certo punto si ha come l’impressione che la ricerca dell’orco passi in secondo piano. Il problema, però, rimane capire che cosa c’è in primo piano. La narrazione si fa via via sempre più confusionaria, i personaggi entrano ed escono dalla pellicola senza lasciar segni importanti (peculiari da questo punto di vista le interpretazioni di Vincent Cassel e Gary Oldman che sembrano passare di lì per caso), il pessimo montaggio, poi, fa il resto, calando la mannaia su un film dove le uniche note positive si riducono alle comunque buone interpretazioni di Hardy e Rapace.
In luogo di quella che voleva essere una critica al regime totalitario sovietico, Child 44 si rivela essere un manicheo j’accuse filoamericano infarcito di stereotipi; ciò che voleva essere la storia dell’indagine su uno dei più sanguinosi killer della storia russa si rivela essere un caotico affastellamento di sequenza slegate tra loro ignare della direzione da seguire. I ben 140 minuti di durata, poi, sono un ulteriore ostacolo da affrontare, in un film dove il coinvolgimento dello spettatore tocca livelli minimi.

Giacomo Perruzza

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