Aspettando il Re

0
5.5 Awesome
  • voto 5.5

Dall’altra parte del Mondo

Con l’arrivo dell’estate – e l’aumento esponenziale delle temperature lascia poco adito a dubbi – le distribuzioni nostrane si adeguano, rilasciando sugli schermi lungometraggi nei quali non hanno creduto più di tanto. Abbastanza giustamente, nel caso di Aspettando il Re, diretto dal regista tedesco per “tutte le stagioni” Tom Tykwer e nonostante il nome di Tom Hanks a svettare nel cast.
Il problema principale di Aspettando il Re (più fedele alla vicenda narrata il titolo originale, A Hologram for the King; chi vedrà comprenderà…), che vorrebbe raccontare del conflitto socio-economico tra due culture sin troppo distanti, quella americana e quella araba, per l’occasione rappresentata da un paese in più campi “controverso” come l’Arabia Saudita, risiede essenzialmente nella mancanza di coraggio nell’imboccare una strada precisa. Non risulta compiuta, purtroppo, quella commedia satirica che i brevi cenni sul plot potevano far intravedere. Le vicende del povero Alan (un Tom Hanks sempre calibrato), rappresentante di una società statunitense dal target non meglio specificato e spedito in Arabia a proporre un prodotto in esclusiva dalla dubbia utilità, il quale si ritrova prigioniero di una sorta di loop burocratico in un’attesa degna de “Il deserto dei Tartari” buzzatiano di qualcuno del posto a cui presentare il lavoro, non trovano affatto una modulazione narrativa convincente, a dispetto di qualche azzeccato tormentone comico come il cedimento di ogni sedia su cui il povero Alan poggia il didietro. Cosa che del resto era accaduta ad un progetto cinematografico simile come il quasi coevo Rock the Kasbah di Barry Levinson con Bill Murray.
Pur tratto da un romanzo della scrittore Davide Eggers – molto di moda nel cinema a stelle e strisce del periodo: suo è anche il testo ispiratore del successivo e più riuscito The CircleAspettando il Re evita programmaticamente qualsiasi osservazione critica verso gli innumerevoli danni scaturiti dalla globalizzazione selvaggia del mercato, limitandosi ad un compitino ben svolto ma del tutto privo del mordente necessario. Persino l’opportunità di sottolineare l’arretratezza di una società araba prigioniera di un maschilismo patriarcale viene gettata via epurando il film di qualsiasi possibile spunto drammatico, al pari della (simbolica) enorme ciste sulla schiena che il nostro eroe cerca ad un certo punto di eliminare con risultati rivedibili. Il senso di colpa pregresso del personaggio è sin troppo palese e poco giustificato dalla diegesi; il catartico rapporto a distanza con la figlia, rimasta negli U.S.A. ed unica a concedergli ancora fiducia, resta di un sentimentalismo piuttosto inerte.
Aspettando il Re rimane dunque un lungometraggio di qualità media che si lascia passivamente seguire senza soverchi entusiasmi, epilogo compreso. Invero discretamente banale, ancorché appesantito da un prevedibile pistolotto morale sulla massima concorrenza (come ovvio cinese, nel nome del fantasma che agita i sonni del capitalismo americano, attuale Presidente in carica in primis) in un mercato come detto globalizzato e senza regole e tuttavia sempre foriero di seconde opportunità per i volenterosi. Un’auto-assoluzione di stampo capitalistico fuori tempo massimo e decisamente poco credibile nel contesto. Non bastasse tutto questo ecco in aggiunta il coronamento della forzata storia d’amore tra Alan e la dottoressa locale – peraltro, annotazione nemmeno troppo a margine, interpretata dalla rediviva attrice anglo-indiana Sarita Choudhury di Mississippi Masala (1991) di Mira Nair: non esattamente un’araba, quindi – che si è presa cura del di lui lipoma, nello scontato manifesto di un amore in grado di combattere e prevalere su ogni differenza etnica, culturale e quant’altro. Ci voleva davvero un film di seconda mano come Aspettando il Re per ribadircelo?

Daniele De Angelis

Leave A Reply

cinque × tre =