Nerve

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

In cerca di una via di fuga

Ci sono giochi che possono sfuggire di mano e diventare a tal punto pericolosi da mettere in pericolo la nostra vita – e non solo. Questa percezione la si avverte assistendo a Nerve, tratto dall’omonimo romanzo di Jeanne Ryan (edito da noi da Newton Compton). Tutto per la nostra protagonista, Vee Delmonico (Emma Roberts), parte come un gioco, quasi come una piccola sfida personale contro l’immagine che gli altri hanno di lei, una ragazza fragile, poco intraprendente. Pian piano sembra che lei stessa creda a questo vestito cucitole addosso, fino al momento in cui qualcosa scatta, prima inconsciamente e poi prendendoci gusto.
«Spettatore o giocatore?» questo ti chiede la schermata di Nerve, interrogando su quale ruolo vuoi interpretare, con la consapevolezza che anche come spettatori si è determinanti trattandosi di un social game. In linea coi tempi, si potrebbe dire che la sostanza sia rimasta la stessa, ma l’occhio del grande fratello si è evoluto. A indicare le sfide sono proprio coloro che seguono il tuo profilo, autorizzati a riprenderti in ogni attimo, nel momento in cui accetti di giocare la partita. Ad accompagnarla in questo “viaggio” arriva un cavaliere (inaspettato), Ian (Dave Franco), con cui si crea un’alchimia che li fa salire in classifica. Concretamente, superando le sfide, si guadagnano dei soldi (e questo fa gola a Vee per un desiderio di studio che nutre), ma più si va avanti, più sembra che non tutto sia controllabile e gli stessi rapporti umani vengono messi in discussione. «Col trascorrere della notte, Vee s’isola sempre di più dai suoi amici storici e arriva a mettere a repentaglio la sua vita, attratta dall’idea di diventare ricca e famosa. Nel frattempo, Vee scopre alcune cose che riguardano il passato di Ian, e inizia a capire che il futuro della sua famiglia è in pericolo. Col crescere della tensione la posta in gioco aumenta: e l’esito possibile non sarà più solo vincere o perdere, ma vivere o morire» (dalla sinossi).
Il romanzo prima e il film ora, diretto da Henry Joost & Ariel Schulman, riescono a smascherare dinamiche insite nella nostra quotidianità che si basano, se ci pensiamo, a logiche antiche come la competizione e il senso di inferiorità o superiorità (a seconda dell’ottica da cui si guarda) coi mezzi di oggi. I giovani interpreti riescono ad essere credibili, coinvolgendo lo spettatore di turno soprattutto nelle sfide più adrenaliniche (ben girata, in particolare, quella su strada). Purtroppo, però, il film perde un po’ di ritmo e di spessore in conclusione cadendo nella trappola di messaggi moralistici. Nerve si propone come un lungometraggio che da un lato denuncia ciò che può accadere in rete (Blue Whale docet, con più di duecento suicidi tra i ragazzi, a livello mondiale), i suoi pericoli e quanto certi giochi non abbiano nulla di genuino; ma è anche un’opera che vuole essere d’entertainment e, per quanto la sceneggiatrice (Jessica Sharzer) si sia impegnata, non sempre si va a fondo dei personaggi, comprese alcune scelte dei singoli o il passato risulta leggermente abbozzato.
«Catfish, il nostro primo film, ha innescato una discussione a livello nazionale sul tema di internet e dell’identità», ha dichiarato Joost. «Questa è un’opportunità analoga per parlare del modo in cui tutti noi, e in particolare gli adolescenti, comunichiamo in questo secolo. Possiamo fare ogni genere di cosa su internet, anche ciò che nella vita reale non faremmo mai». A cosa tutto ciò possa portare, ce lo insegna Nerve.

Maria Lucia Tangorra

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