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M. Il figlio del secolo

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VOTO: 7,5

I fantasmi del potere

Negli ultimi anni, all’abituale frequentatore dei festival viene data la possibilità di assistere in anteprima a una visione parziale e in certi casi totale di una serialità prima della sua messa in onda o del rilascio su una delle numerose piattaforme disponibili sul mercato. Il più delle volte vengono mostrati un paio di episodi, altre invece la proposta si estende a tutti come nel caso di M. Il figlio del secolo, l’attesissima serie Sky Original tratta dal bestseller omonimo di Antonio Scurati vincitore del Premio Strega nel 2019, i cui otto capitoli che la vanno a comporre, divisi in due volumi da quattro rispettivamente da 212’ (ep. 1-4) e 200’ (ep. 5-8), sono stati proiettati in anteprima mondiale, fuori concorso, all’81esima edizione della Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica. Dopo questa prestigiosa vetrina il pubblico dovrà attendere il 10 gennaio 2025. quando lo show sarà disponibile in esclusiva su Sky Atlantic e in streaming solo su NOW.
La visione sul grande schermo in quel del Lido ha permesso al fruitore di apprezzare quello che è il reale impatto e potenziale visivo sprigionato dalle immagini di M. Il figlio del secolo, che sul grande schermo ha potuto mettere in mostra tutti i pregi, la cura e la forza intrinseca di una confezione, di una messinscena e di una messa in quadro dagli standard elevatissimi, che hanno richiesto un importante sforzo produttivo e che la fruizione su un dispositivo a capacità ridotte non disperde ma sicuramente non valorizza a pieno. Certo si sarebbe tranquillamente potuto pescare anche nel panorama nostrano, ma è indiscutibile che il contributo in cabina di regia di Joe Wright, ben supportato dalla fotografia di Seamus McGarvey, dal comparto scenografico e dai costumi di Massimo Cantini Parrini, è stato in tal senso determinante ai fini del raggiungimento di tale risultato. La scelta di affidare l’adattamento televisivo del celebre romanzo dello scrittore e giornalista partenopeo al cineasta londinese da questo punto di vista è stata vincente. L’avere all’attivo dei period-drama e le trasposizioni di romanzi storici dal peso specifico rilevante come Orgoglio e pregiudizio, Espiazione, Anna Karenina e L’ora più buia ne hanno fatto un profilo perfetto per un’operazione complicatissima e rischiosa non solo sul piano formale e contenutistico come è facile intuire.
Sul piano specificatamente estetico Wright ha messo a disposizione della trasposizione un campionario di soluzioni tecniche efficaci e funzionali alla tipologia di progetto e alle caratteristiche della matrice letteraria, che precedentemente si era potuta confrontare con le tavole dei palcoscenici grazie al pregevole e prezioso lavoro di Massimo Popolizio. Da quest’ultima, la versione seriale ha conservato per larghe porzioni della timeline il medesimo impianto teatrale, mescolandolo a un approccio cinematografico che trova sfogo in elaborati movimenti di macchina concepiti ed eseguiti per e nello spazio scenico a disposizione e in inquadrature visivamente impattanti. Di contro, laddove invece , è proprio quando il dispositivo, la punteggiatura, la grammatica e il linguaggio adottati di volta in volta vengono palesati ed estremizzato. Non ci riferiamo alle soluzioni più dichiaratamente pop e pulp che di comune accordo con il montaggio ben si sposano con la materia prima, piuttosto a quei momenti in cui il repertorio pre-esistente entra in cortocircuito con il filmico inedito (vedi la scena del discorso del Duce alla folla milanese o il ricorso alla tecnica vintage della retro-proiezione utilizzata nelle sequenze a bordo di veicoli) o quando il filmico stesso prodotto sul set attraverso scellerate e maldestre manipolazioni effettistiche fake viene invecchiato per essere incorporato con il resto. In quei momenti la confezione perde di efficacia, si depotenzializza e subisce un downgrade. La conseguenza è una discontinuità fatta di sali e scendi, picchi e scivoloni che non consentono al fruitore di apprezzare lo show nel suo complesso.
Dal punto di vista narrativo e drammaturgico la missione era altrettanto complessa, poiché gli autori dello script Stefano Bises e Davide Serino, con la supervisione dello stesso Scurati, sono stati chiamati al contempo ad adattare per il formato seriale le 800 pagine del monumentale volume e a maneggiarne i contenuti tanto scivolosi, quanto storicamente rilevanti, delle quali si sono fatte portatrici. Noi a tal riguardo ci limiteremo a puntare la lente analitica su come questi hanno trovato spazio nell’architettura della serie, lasciando il resto ad altri contesti. Lo show è abbastanza aderente al libro: inizia il 23 marzo 1919 con la fondazione dei Fasci di combattimento e termina dove finisce la storia scritta dall’autore, ossia il 3 gennaio 1925, giorno del famigerato discorso di Mussolini in Parlamento dopo l’omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti. Gli eventi fondamentali, i principali snodi narrativi, i lettori e di conseguenza gli spettatori dunque li conoscono già. Questi però vengono proposti, diversamente dal romanzo che lo fa in terza persona, anche attraverso un dispositivo più moderno e accattivante, ossia con degli a parte che vedono il protagonista infrangere la quarta parete e parlare direttamente allo spettatore.
Per chi invece non avesse avuto precedenti contatti con la matrice letteraria, questa e il suo adattamento seriale raccontano percorrendo i binari della biografia e del dramma storico l’ascesa al potere del protagonista, Benito Mussolini, qui incarnato con efficaci doti di mimesi corporea un po’ meno vocali da Luca Marinelli. L’attore capitolino con coraggio, polso e sangue freddo si cala nei panni di un personaggio scomodo e ingombrante, provando con il supporto del testo in dotazione e della materia pre-esistente messa a disposizione dalle fonti e dagli eventi realmente accaduti a portare sullo schermo due lati della stessa medaglia, alternando alla dimensione pubblica e al suo operato anche uno spaccato del privato di Mussolini e delle sue relazioni personali, tra cui quelle con la moglie Rachele Guidi (intensa e toccante l’interpretazione di Benedetta Cimatti), con l’amante Margherita Sarfatti (degna di nota la performance di Barbara Chichiarelli) e con altre figure iconiche dell’epoca come Cesare Rossi e Gabriele D’Annunzio, affidati rispettivamente a dei perfetti Francesco Russo e Paolo Pierobon. All’appello purtroppo manca un approfondimento maggiore su quella di Ida Dalser, appena accennata e liquidata forse troppo velocemente. Motivo per cui rimandiamo alla visione di Vincere di Marco Bellocchio. Questo continuo dentro e fuori nella e dalla sfera privata consente al ritratto di completarsi e acquisire un maggiore spessore drammaturgico, utile a restituire al pubblico un disegno caratteriale più esaustivo del personaggio principale, sul quale si è detto, scritto e mostrato tanto.

Francesco Del Grosso

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