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C’era una volta in Bhutan

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VOTO: 7.5

Election Day

Per una volta la transizione da monarchia a democrazia avviene in modo pacifico, senza spargimenti di sangue. Anzi, con risate (cinematografiche) assolutamente spontanee. Accadde in Bhutan nel 2006, come raccontato nel lungometraggio The Monk and the Gun – presentato nel concorso Progressive Cinema alla Festa di Roma 2023 – diretto da quel Pawo Choyning Dorji già fattosi notare nei nostri lidi per il suggestivo Lunana: il villaggio alla fine del mondo. Con questo suo ultimo lavoro, pur non abbandonando per forza di cose le bellezze naturali del piccolo paese confinante con il Nepal, il regista bhutanese cambia decisamente registro narrativo, realizzando una commedia corale divertentissima, anche se non priva di richiami sociali.
Richiamare il cinema spezzettato di Quentin Tarantino potrebbe essere avventato; sta di fatto che l’orchestrazione delle varie sottotrame – destinate a confluire in un finale davvero brillante – ricorda molto da vicino la messa in scena dell’autore di Pulp Fiction, anche senza che il sangue scorra copiosamente. Siamo, come detto, in Bhutan nell’anno di gloria 2006. Per l’amatissimo sovrano in carica Jigme Singye Wangchuck è tempo di spontanea abdicazione. Poiché è arrivata l’ora di introdurre la democrazia anche in quella piccolissima nazione. Dove fervono i preparativi allo scopo di preparare la popolazione al voto, esperienza del tutto inedita per loro. Ma c’è già chi rimpiange l’autorevolezza e il carisma del monarca uscente, viste anche le candidature quantomeno sospette dettate da interessi puramente economici. A ciò si aggiunge la ricerca, da parte di un cittadino statunitense, di un pregiatissimo fucile dell’ottocento, che cambierà diverse proprietà nel corso della durata del film.
Non manca veramente nulla a questo The Monk and the Gun (per l’uscita italiana C’era una volta in Bhutan), letteralmente Il monaco ed il fucile. Una, nemmeno troppo velata, critica al capitalismo a stelle e strisce, convinto che il denaro possa comprare tutto, anche la fede religiosa. Oppure il marcio che dilaga “dietro le quinte” di un paese all’apparenza tranquillo e pacifico, la cui routine è scandita dai ritmi naturali di una volta. Senza considerare l’importante lezione morale dell’abitudine alla democrazia, troppo spesso data per scontata con conseguenze a dir poco disastrose a breve termine. Sia nel passato che nel presente. E poi, come detto, si sorride di gusto di fronte al contrasto tra presunta civilizzazione ed effettivo attaccamento alle antiche tradizione, in prevalenza a carattere religiose. Un paradosso che prevederà un involontario baratto finale tra la famigerata arma già menzionata ed un enorme scultura ad inequivocabile forma di pene, beneaugurante simbolo di futura fertilità.
Non è certo satira, quella presente in The Monk and The Gun (chi vedrà il film comprenderà alla perfezione il senso del titolo); semmai affettuoso moto di empatia nei confronti di personaggi sbozzati a tutto tondo con bravura e sagacia da Pawo Choyning Dorji in veste di sceneggiatore. Il quale potrebbe dare qualche lezione a certi autori di commedie delle nostre parti, impossibilitati a guardare il mondo a trecentosessanta gradi, aspetti (pseudo)politici compresi.
Anche se, a causa della propria voluta leggerezza, The Monk and the Gun fosse “condannato” a non restare a lungo nella memoria spettatoriale, nessuno potrà dubitare di aver speso bene le quasi due ore di proiezione. Intrattenere e far riflettere sono ormai purtroppo declinazioni verbali finite nel dimenticatoio cinefilo. Proprio per tale motivo è importante rinfrescarsi la memoria allorquando capita l’occasione.

Daniele De Angelis

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