4×4

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5.5 Awesome
  • VOTO 5.5

Giustizia fai da te

Risale al lontano 1993 l’incontro tra Mariano Cohn e Gastón Duprat. L’occasione fu un festival di videoarte dove il primo partecipava con il video Un día más en la tierra mentre l’altro era membro della giuria. Da allora è nato un sodalizio che dura ancora oggi: insieme hanno creato e prodotto format originali per la TV, documentari, cinema sperimentale e film presentati in diverse kermesse internazionali tra cui i pluripremiati El artista ed El ciudadano Ilustre. Per cui ogniqualvolta ci si trova in presenza di un’opera che porta la loro firma, la speranza di assistere a qualcosa di qualità diventa poco dopo una certezza. Una certezza che però può anche essere messa in discussione se un cambio di rotta o un tentativo di addentrarsi in zone fino a quel momento inesplorate non sorbisce gli stessi ottimi risultati del passato.
Ed è quello che purtroppo è accaduto con 4×4, presentato alle ultime edizioni del Sitges e del Noir in Festival, che ha visto Cohn dirigere in solitario una pellicola che rappresenta un punto di svolta nella sua filmografia. Il cineasta argentino, assistito in fase di scrittura dal sodale Duprat, ha scelto di avventurarsi in un campo che lo aveva sempre incuriosito ma che non aveva mai avuto la possibilità di approcciare. Un bel rischio che ha prodotto suo e nostro malgrado una scivolata, non rovinosa, ma pur sempre una battuta d’arresto in un percorso artistico sin qui netto.
La sfida era quella di costruire un thriller con tutti gli elementi essenziali del genere – un personaggio posto in una situazione fisica e psicologica al limite – senza rinunciare all’interpretazione autoriale, tipica dei suoi lavori precedenti. Da qui ha preso forma e sostanza un film che fa dell’unità spazio-temporale, della circoscrizione claustrale e della tensione crescente destinata a implodere, gli ingredienti di una ricetta che ha il sapore di una minestra riscaldata. Basta leggere la sinossi per iniziare a covare nella mente quella fastidiosa sensazione di déjà-vu che è tipica del già visto. Dopo una carrellata di inquadrature di videocamere e sistemi vari di sorveglianza che mettono subito in chiaro quale sia il tema in questione, la macchina da presa si sofferma su un lussuoso fuoristrada di ultima generazione parcheggiato in una strada di un tipico quartiere di Buenos Aires. Un uomo vi si intromette per rubare tutto ciò che riesce a trovare al suo interno ma, quando cerca di uscire, le portiere e i finestrini si bloccano ermeticamente. La vettura si trasforma in un bunker corazzato, completamente isolato dall’esterno, dal quale risulta impossibile uscire. Qualcuno, là fuori, sta controllando l’auto e sembra avere un piano ben preciso.
Quello e quello soltanto sarà per l’intera durata della timeline il “campo di battaglia” di una battaglia per la sopravvivenza da una parte e di un gioco perverso che mira a una punizione esemplare dall’altra. Il fuori e soprattutto l’interno dell’abitacolo del SUV diventano ancora una volta (vedi Monolith) luogo reale e insieme simbolico, oltre che drammatica metafora, di una lotta di classe e al contempo una riflessione sull’autodifesa e la crescente ossessione nei confronti della giustizia fai da te. C’è poi la scelta di limitare a una sola location l’ambientazione del film che ha tantissimi precedenti, ma che nello specifico dell’auto vede Locke in pole position nella memoria più recente.
Per il resto tanto i temi quanto gli stilemi sono stati già ampiamente dibattuti sul grande schermo, anche per quanto concerne il cinema di genere, togliendo di conseguenza gran parte dell’interesse che il potenziale spettatore poteva nutrire per la storia e l’odissea detentiva del protagonista. Passati i trenta minuti iniziali il racconto ha già esaurito le cartucce a disposizione, sciogliendosi come neve al sole quando si arriva in prossimità di uno showdown che cambiando le virgole non fa altro che replicare la situazione al centro di Phone Booth di Joel Schumacher. I momenti di tensione non mancano, ma non sono sufficienti a garantire alla fruizione tutta quella benzina mistery-action della quale un thriller come 4×4 avrebbe bisogno per tenere incollato a sé lo spettatore. E non c’è altro che l’interprete principale (il convincente Peter Lanzani, già apprezzato in El Clan) o la cinepresa del regista argentino possano fare, che non sia stato già fatto (vedi Buried), per soffiare vento alle vele di un’operazione nata con le migliori intenzioni e conclusa con tanto amaro in bocca.

Francesco Del Grosso

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