Wildland

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6.0 Awesome
  • voto 6

C’è del marcio in Danimarca

Si è sedimentata nella nostra mente l’immagine che la Danimarca, assieme ai paesi scandinavi, è uno stato esemplare, da prendere a modello, in cui c’è una burocrazia che opera bene, le città sono vivibili, l’ambientalismo funziona, e la gente è rispettosa del prossimo. In pratica una splendida immagine da cartolina, parodiata – in quel caso era la Norvegia – da Checco Zalone in Quo vado? (2016) di Gennaro Nunziante, e molti decenni prima in Il vichingo venuto dal sud (1971) di Steno e con Lando Buzzanca, in questo caso commedia che mostrava le qualità di vita della Danimarca, in particolare la famosa libertà sessuale dei paesi nordici. Questa visione è certamente vera per quanto riguarda il Welfare State, soprattutto comparandolo con quello del nostro paese malridotto, ma anche in Danimarca ci può essere il crimine e/o la corruzione. Lo declamava amaramente anche Amleto, sebbene nel medioevo il marciume fosse prassi per raggiungere velocemente il potere. Wildland (Kød & Blod, 2020) di Jeannette Nordhal, in programma al 30º Noir in Festival, si addentra in questa corruzione sotterranea, raccontando di una tipica famiglia dedita al crimine.

Una critica necessaria va indirizzata ai distributori internazionali, che appioppano alla pellicola un titolo molto forviante rispetto all’originale. Il titolo danese Kød & Blod letteralmente significa “carne e sangue”, e descrive bene il tema principale della trama, ossia i legami famigliari (fatti di carne e sangue) e l’aspetto violento (il sangue che sgorga dalle uccisioni). Intitolandolo Wildland (“terra selvaggia”) è come se si volesse descrivere l’intera Danimarca, o la cittadina in cui si svolge la storia, come un luogo sanguinario, pertanto spostando esternamente, allargandolo, il vero focus della trama. La pellicola della Nordhal, al suo esordio nel lungometraggio, è invece uno sguardo circoscritto verso un interno familiare tutto sommato qualunque, visto attraverso gli occhi dell’adolescente Ida. Tutta la storia è proprio filtrata dallo sguardo della giovane protagonista, che rimasta orfana durante quella fondamentale fase per lo sviluppo del discernimento tra bene e male, si ritrova in una situazione troppo particolare per le sue cognizioni. Sin dall’inizio la regista, che ha messo in immagini la sceneggiatura di Ingeborg Topsøe, ci immette – assieme a Ida – in una realtà a tratti soffocante e ansiosa, come sottolineano anche quelle carrellate in avanti, levigate nel procedere, ma intrise di suspense nel lento avanzare. La Nordhal non cerca di incanalare la storia verso il thriller, anche perché svela abbastanza rapidamente gli affari loschi della zia e dei cugini, ma vuole realizzare una variante del classico bildungsroman: la protagonista, alla fine, si ritrova al punto di partenza, con i suoi dubbi di giovane a cui se ne sono aggiunti altri. Wildland è una pellicola cupa, come evidenzia la fotografia dai toni grigi di David Galego, e quello che funziona meglio in questo discreto esordio, è il cast di attori, in cui primeggia la versatile Sidse Babett Knudsen, ormai applaudita veterana del cinema danese.

Roberto Baldassarre

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