Quo vado?

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

L’evoluzione della specie

Potere degli incassi. Checco Zalone non è più, per la critica italiana, uno dei tanti, troppi comici paratelevisivi passati al cinema, ma un fenomeno da osservare a fondo, possibilmente da comprendere. Perché il fatto di piacere a tutti – ancora freschissimo il ricordo dei 52 milioni di euro incassati con Sole a catinelle, record assoluto per un film italiano – non può non celare, se non una forma di genialità, perlomeno un’intelligenza assai sviluppata. Risposta esatta, visto l’affollamento all’anteprima stampa di Quo vado?. E assolutamente non paradossale per uno che ha giocato, nei suoi primi tre film, a costruirsi sulla pelle il personaggio dell’idiota di successo, tipico simbolo italiano. Molto più difficile sembrare stupidi che esserlo davvero, direbbe monsieur Lapalisse. Diamo quindi atto a Checco Zalone e Gennaro Nunziante – il suo regista e cosceneggiatore “di fiducia” – di aver trovato la chiave del successo: mettere, semplicemente, in scena la figura retorica dell’italiano medio, senza satireggiarlo come ha invece fatto Maccio Capatonda nel suo sottile, ma meno divertente rispetto a Zalone, Italiano medio. Appunto.
Ora il quesito primario rischia di essere quello relativo agli incassi di Quo vado?, ultima fatica del nostro. Nulla di più sbagliato. Anche perché Zalone e soci, nel loro film, si sono assunti un rischio non da poco, evidentemente sull’onda del successo precedente. Quello cioè di riconoscere al Checco cinematografico uno status di autentico personaggio, consapevole del suo – senza esagerare nei termini – carisma. Lo sciocco emigrante pugliese in cerca di fortuna è stato accantonato. Il veicolo di fiera ignoranza capace di crearsi un proprio stile e linguaggio, emerge solo in brevissimi tratti, nell’arco della durata di Quo vado?. Probabilmente quel tanto che basta a fornire qualche coordinata di base al pubblico di riferimento. Ora Checco Zalone – e con esso l’intero suo apparato cinematografico – si è “internazionalizzato”, viaggia dal Polo Nord all’Africa, dalla Norvegia all’Italia tutta. Si nota perciò ad occhio nudo l’aumento del budget, dalle locations al cast (grandissima Sonia Bergamasco). Permane la tendenza a (far) ridere, con garbo e il consueto pizzico di cattiveria, sulle idiosincrasie degli italiani, dalla mitologia del posto fisso sino allo sfruttamento di ogni possibile disabilità per succhiare soldi pubblici. Missione, dunque, compiuta: Quo vado? è un divertente ritratto, pur con i suoi alti e bassi di comicità, dell’arci-italiano di sordiana memoria, stereotipo immarcescibile e per questo immortale. La differenza sostanziale risiede nel fatto che prima si sorrideva con Checco di Checco, del suo essere un inadeguato di successo in una società italiana in continuo cambiamento. Ora, invece, tutto parte da lui. Non a caso Quo vado? è il racconto auto-referenziale della sua storia esistenziale (nella finzione, ovviamente), fatto alla platea di una tribù africana (siamo tutti africani?) pronta ad appassionarsi e, volendo, a interagire alle vicende. Così, nel dipanarsi di sequenze gustose accompagnate ad altre più ovvie, va in scena il one-man show prevedibilmente annunciato, con tanto di conclusione buonista in grado di accontentare il pubblico famigliare a cui il prodotto è rivolto. Del resto pensare a milioni di “cani sciolti” in odor di anarchia ad accorrere al cinema sarebbe stato invero un po’ utopistico.
Resta infine da vedere se, anche stavolta, qualcuno cercherà di apporre un qualsiasi marchio politico sull’opera zaloniana. In Sole a catinelle ci pensò il prode Renato Brunetta – ex-ministro e attuale parlamentare forzaitalico – a definire il film “berlusconiano” per il modo ottimistico di aggirare ironicamente la crisi economica. Stavolta potrebbe essere il turno di qualche renziano, nel tentativo di mettere il capello sopra a Quo vado? per via della visione sul lavoro come “arte creativa” piuttosto che passiva idolatria del posto fisso. Però sappiamo anche che Checco svicolerà qualsiasi discorso del genere in virtù dello slogan “vogliamo solo divertire”. In fondo, una delle forme più elevate di intelligenza sta anche nel fiutare con largo anticipo la cosiddetta aria che tira…
Ora, volenti o nolenti, palla al pubblico. Con quel pizzico di malinconia interiore derivante dal fatto che il buon Checco Zalone forse non vive e lotta più assieme a noi negletti.

Daniele De Angelis

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