Fulci Talks

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Così è, se mi pare

“Bergman mi piace, ma non mi lascia nulla”
Lucio Fulci

Anche a distanza di ben venticinque anni dalla sua scomparsa, Lucio Fulci continua ad essere una spina conficcata nel fianco del cinema italiano. Ed è giusto che accada. Perché la parabola artistica del regista romano dimostra senza dubbio alcuno quanto sia sbagliato il ricorso, da parte della maggioranza della critica, a categorie ampiamente preconcette.
Il documentario Fulci Talks di Antonietta De Lillo – presentato come evento speciale (molto speciale…) alla trentesima edizione del Noir in Festival – compie, in perfetta simbiosi con il personaggio, un gesto desueto e radicale, a maggior ragione volendolo rapportare ad una contemporaneità nella quale ognuno, grazie ai social, sente l’esigenza di manifestare un’opinione senza magari avere adeguate basi di conoscenza. Affida cioè la parola a Fulci stesso, recuperando una lunga intervista rilasciata alla stessa regista e al critico Marcello Garofalo nel 1993, tre anni prima della morte del regista romano. Il quale, già confinato su una sedia a rotelle dalla malattia, colpisce per lucidità di pensiero e perentorietà nei giudizi espressi. Lucio Fulci parla, come suggerisce il titolo inglese. Affermando cose lontanissime dalla banalità. Un’ora e venti di domande e ficcanti risposte contribuiscono a rendere al meglio la figura di un autore inserito ad vitam nella categoria dell’artigianato di basso livello. Senza considerare la sua abilità di terremotare le cosiddette “regole del gioco” anche nelle opere maggiormente popolari da lui dirette, tipo i numerosi film con la coppia composta da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, oppure i musicarelli o le commedie di costume. Un regista a tutto tondo che solamente in una determinata fase della carriera, quando dal giallo è gradualmente trasmigrato verso l’horror puro, peraltro ridisegnandone a proprio modo limiti e confini, ha ottenuto una parziale attenzione dalla critica italiana, mentre all’estero riscuoteva un successo senza pari.
Più che un documentario, Fulci Talks rappresenta dunque un documento imperdibile, una sorta di testamento postumo nel quale il regista di Zombi 2 racconta se stesso ed il cinema che lo ha sempre circondato. Quel cinema che è stato la sua ragione primaria di vita, aiutandolo a superare le tragedie famigliari di cui purtroppo è stata costellata la sua esistenza ma che lo ha anche condannato ad una certa solitudine tipica degli uomini di cinema; perché alla fine, come spiega lui stesso, il regista è sempre una persona fondamentalmente sola. Pronta, quando è il caso, ad affrontare i mille e più fucili spianati dei giudizi altrui. Un rapporto a dir poco conflittuale con la critica nostrana, sintetizzato da Fulci nel passaggio dedicato a Beatrice Cenci (1969), da lui considerato una delle opere più ambiziose e sottostimato dai recensori con il classico pensiero schematico “se il film lo ha realizzato Fulci deve essere brutto per forza“. Una condanna, quella di regista popolare con annessa sciatteria, che ha rincorso Fulci per l’intera carriera. Anche nell’immotivata accusa di copiare Dario Argento (“Lui è privo di ironia, io no” afferma Fulci. Anche se Profondo Rosso, aggiungiamo noi, può anche essere considerato una screwball comedy, tra le altre cose…), in realtà creatore di un modello di cinema personalissimo mentre Fulci lavorava all’interno dei generi per ridefinirli. Due modus operandi differenti ma entrambi necessari, per terminare una polemica sterile forse dettata, al tempo, più da motivazioni economiche (incassi) che altro.
Tanti altri aneddoti, come il rapporto con il genio Totò o la conoscenza di Orson Welles per un documento che esibisce tutto il tempo trascorso attraverso la sgranatura delle immagini e le improvvise interruzioni con il classico fotogramma arcobaleno, generando così spontanea commozione in chi guarda. Perché tutti sono consapevoli che quei tempi non si ripeteranno, e cineasti come Lucio Fulci non compariranno più all’orizzonte. Gente, come anche l’amico Mario Bava, per la quale il cinema non era un lavoro, ma un autentico modo di esprimere se stessi, un istinto primordiale paragonabile al respirare e vivere. E soprattutto la ricerca di un cinema “altro” e perciò meraviglioso, nascosto e trovato tra le pieghe del quotidiano. Per questo l’intera filmografia di Lucio Fulci continua ad essere oggetto di nuove letture, anche a distanza di molti anni. Poiché innumerevoli sono gli spunti che fornisce, ad uno sguardo attento. Il tempo può essere realmente galantuomo, se lo si scruta senza pigrizia o pregiudizi.

Daniele De Angelis

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