Wild

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5.0 Awesome
  • voto 5

Voglio solo dimenticare

Possono Jean-Marc Vallée, Reese Witherspoon e Nick Hornby, rispettivamente regista, interprete e sceneggiatore, garantire insieme la perfetta riuscita di un film? Certo che si; o almeno sulla carta le probabilità che ciò accada sono piuttosto elevate. Ma a volte la bravura e le ottime performance registrate in passato, ciascuno nel proprio campo d’azione, possono non essere sufficienti a raggiungere gli esiti sperati. Wild, scelto in attesa dell’uscita nelle sale nostrane a partire da febbraio 2015, per chiudere con un botto che non c’è stato l’ottima 32esima edizione del Torino Film Festival, ne è la riprova.
Partendo dall’omonimo romanzo biografico, il trio delle meraviglie ripercorre l’avventura di Cheryl Strayed, la scrittrice americana che, dopo anni di dipendenza dall’eroina che hanno distrutto lei e il suo matrimonio, schiacciata dal bisogno di crearsi una nuova vita e perseguitata dal ricordo della madre, nel pieno di una crisi esistenziale decide di buttarsi tutto alle spalle avviandosi in solitaria a piedi lungo i 1600 km del Pacific Crest Trail. Trattasi di un percorso massacrante tra montagne di una bellezza mozzafiato, che attraversa lo Stato di Washington, l’Oregon e la California, e che la metterà alla prova e le farà capire ciò che vuole davvero. Un’avventura che ricorda in parte quella vera di Robyn Davidson (nei suoi panni una straordinaria Mia Wasikowska), raccontata da John Curran in Tracks del 2013, che vede la protagonista alle prese con una difficilissima traversata in solitaria dei 2700 km di deserto australiano che da Alice Spring portano a Uluru sino all’Oceano Indiano.
Sinossi alla mano è impossibile però non ripensare a Into the Wild, il film del 2007 scritto e diretto da Sean Penn, basato sul romanzo di Jon Krakauer dal titolo “Nelle terre estreme”, in cui viene raccontata la storia vera di Christopher McCandless, giovane proveniente dal West Virginia che subito dopo la laurea abbandona la famiglia e intraprende un lungo viaggio di due anni attraverso gli Stati Uniti, fino a raggiungere le terre sconfinate dell’Alaska. Le analogie sono piuttosto evidenti, con la pellicola di Vallée che, proprio a causa di queste, si candida di default nell’immaginario comune per l’essere l’Into the Wild al femminile. Ma non sarà così, purtroppo. Come non lo sarà nemmeno nel caso di un altro possibile, quanto scontato, confronto; vale a dire quello con 127 ore di Danny Boyle. Tratto dal romanzo “Between a Rock and a Hard Place”, il film del 2010 si basa sulla storia vera di Aron Ralston, un alpinista statunitense che nell’aprile del 2003 rimase intrappolato in un Canyon dello Utah, costretto ad amputarsi il braccio destro per potersi liberare.
A modo suo, Wild strizza l’occhio a entrambi, ciononostante la pellicola del regista canadese è lontana dai risultati raggiunti da quelle di Penn e Boyle, dalle quali prova a prendere in prestito temi e stilemi. Se nel primo guarda insistentemente al viaggio che da fisico si fa esistenziale, poiché votato alla ricerca di se stessi, dell’identità perduta e della redenzione, nel secondo guarda invece la dimensione psichica e allucinogena nella quale viene catapultata la vicenda di Ralston. Reduce dal successo ottenuto con Dallas Buyers Club, con alle spalle opere del calibro di C.R.A.Z.Y. e Cafè de Flore, Vallée tenta, senza riuscirci, di combinare i suddetti caratteri distintivi, ma l’architettura del racconto che sorregge lo script non è abbastanza solida e capiente da riuscire a sopportarne il peso drammaturgico. Tali caratteri entrano in conflitto, incapaci di coesistere e di interagire tra loro senza  creare un cortocircuito. Di conseguenza, la narrazione subisce continue interruzioni che rendono meccanica, incerta e poco fluida la fruizione da parte dello spettatore, vittima di passaggi a vuoto e digressioni che gli impediscono di appassionarsi alla storia, di emozionarsi e di calarsi catarticamente nei panni della protagonista. Il flusso emotivo, infatti, funziona a singhiozzo e quando scorre correttamente è merito soprattutto dell’interpretazione della Witherspoon (pure  produttrice), non ai livelli eccelsi di Walk the Line o Rendition, ma comunque brava a portare sul grande schermo le sfumature di un personaggio controverso, che proprio perché proveniente dalla realtà è ancora più difficile da rendere. Vallée, invece, conferma di sapere dirigere molto bene gli attori, mentre registicamente il suo lavoro appare qui privo di freschezza, ricercatezza, versatilità, idee e della stessa cura formale che avevano caratterizzato i film precedenti (vedi Liste noire o Cafè de Flore). La sensazione è che si sia trovato a fare i conti e a misurarsi con una storia che non era nelle sue corde, come lo è stata al contrario quella al centro dell’intenso Dallas Buyers Club. Una storia che non è riuscito a far sua e si vede.

Francesco Del Grosso

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