What We Do in the Shadows

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8.5 Awesome
  • voto 8.5

No blood, no party!

Quattro amici dividono una villa a Wellington. La convivenza è piuttosto pacifica e ogni sera in casa c’è una festa. Peccato che si tratti di party che finiscono sempre con spargimenti di sangue: i quattro sono infatti vampiri di diverse età, o per meglio dire secoli, alla costante ricerca di nuove vergini che possano appagare i loro appetiti. Non è il plot di una puntata di qualche sitcom in versione vampiresca o pruriginosamente osé, che vede come protagonista un quartetto di coinquilini alle prese con le (dis)avventure quotidiane, tantomeno l’ennesima rivisitazione in chiave contemporanea del Mito di Dracula per un pubblico di adolescenti in cerca di sapori forti e mieloso romanticismo, oppure un nuovo dozzinale tassello a buon mercato del ricco filone orrorifico, piuttosto il punto di partenza della folle e delirante pellicola firmata da Taika Waititi e Jemaine Clement dal titolo What We Do in the Shadows, presentata con successo nel concorso della 32esima edizione del Torino Film Festival, dove si è aggiudicata un meritatissimo premio per la sceneggiatura.
Iscrivibile nel sottogenere del mockumentary, dal quale prende in prestito tutti gli elementi stilistici e strutturali caratteristici, in primis il P.O.V. (ossia il point of view in soggettiva, che nella stragrande maggioranza dei casi coincide con quello di un operatore e della sua videocamera che filma ciò che accade), What We Do in the Shadows è senza ombra di dubbio tra le sue più riuscite espressioni. Anche se la mente del cinefilo più attento non può non tornare a un’operazione analoga come quella firmata nel 2010 da Vincent Lannoo, ossia Vampires (anch’essa presentata alla kermesse piemontese), l’originalità resta comunque uno degli ingredienti più evidenti nella ricetta cinematografica proposta sul grande schermo dal duo neozelandese. Quest’ultimo si divide con estrema bravura, disinvoltura ed efficacia, tra il lavoro davanti e dietro la macchina da presa, con Waititi e Clement che, oltre alla regia, si ritagliano dei ruoli principali, interpretando due dei quattro vampiri protagonisti, ossia Vadislav e Viago. Ma è prima di tutto nella scrittura che il duo ha fatto del suo meglio, costruendo le solide basi sulle quali impostare le fasi successive della messa in scena e della messa in quadro, entrambe di assoluto valore (il piano sequenza della prima festa con le vittime è da manuale). Lo humour travolgente e scorretto dei dialoghi e delle situazioni (vedi la scena del ballo in maschera profano o quella dell’accenno di rissa con la gang dei lupi mannari) è di quelli capaci di abbattere tutte le difese immunitarie erette dallo spettatore, che finisce vuoi o non vuoi con il lasciarsi trascinare da una comicità strabordante, senza freni e peli sulla lingua.
Se nel riuscitissimo film del collega belga una troupe entrava nella quotidianità di una famigliola composta da vampiri appartenente alla middle classe di Bruxelles, allo stesso modo i coinquilini succhiasangue di Wellington accettano nella propria dimora una troupe per farsi filmare e intervistare. In tal senso, i precedenti sono tanti e illustri, a cominciare da Il cameraman e l’assassino del trio francese Belvaux-Bonzel-Poelvoordl del 1992, con un operatore televisivo che segue un serial killer durante una delle tante “giornate lavorative”, ma le affinità elettive tra l’opera di Lannoo e quella di Waititi-Clement sono maggiori. A loro modo, oltre a intrattenere, sanno anche diventare feroci attacchi nei confronti delle rispettive Società di appartenenza, usando come strumento di offesa le chirurgiche e affilate lame della satira e della goliardia, diversamente da quanto fatto anni fa da Abel Ferrara e dal nostro Corrado Farina con The Addiction e Hanno cambiato faccia. Nel primo, una studentessa di filosofia newyorkese entra in una comunità di succhiatori di sangue diventandone anch’essa membro, mentre nel secondo, un facoltoso ingegnere succhia linfa vitale dalle sue vittime con le armi del consumismo, del lavoro e della religione.
What We Do in the Shadows è un susseguirsi di trovate narrative e visive imprevedibili ed esilaranti che conquistano anche i palati più esigenti, divertendo dal primo all’ultimo fotogramma utile tutti coloro che avranno la fortuna di poterlo vedere, speriamo anche nelle sale italiane.

Francesco Del Grosso

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