P’tit Quinquin

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8.5 Awesome
  • voto 8.5

Il Diavolo tra noi

Siamo nel cuore del Male, Carpentier”. É una drammatica epicità da ultimi giorni dell’umanità quella che il comandante della gendarmerie francese, Van der Weyden, ostenta nelle sue continue e rammaricate constatazioni al suo vice, di fronte a una serie di cadaveri rinvenuti efferatamente trucidati in un piccolo e rurale villaggio costiero nella Francia del nord, nei pressi della Manica . É un’atmosfera nera e ambigua, un’aria carica di avvisaglie apocalittiche e misteri insondabili alla Twin Peaks quella che aleggia nella miniserie televisiva del controverso e discusso regista francese Bruno Dumont dal titolo P’tit Quinquin. O, almeno, lo sarebbe se non fosse che tutta quell’epicità, quella drammatica efferatezza  si ritrovi a essere drasticamente ridimensionata, fortemente mitigata e a un passo dall’essere quasi (quasi) annullata da toni totalmente ribaltati, da un umorismo nero e grottesco, da una comicità a tratti irresistibile che domina prepotentemente i 200 minuti complessivi di questo poliziesco più che mai anomalo. É un diretto discendente dell’ispettore Clouseau l’eroe che porta sulle spalle tutto il peso tragicomico della vicenda, quello che ci parla, ammiccandoci (ma, per lo più, sono solo tic nervosi) goffamente, che trascura indizi vitali, che, come un disco rotto, pontifica e rimbecca i ragazzi scalmanati del luogo. É proprio uno di questi ragazzini, il piccolo Quinquin, capo di una banda di bulletti e innamorato della piccola e dolce Eve, che passa le giornate a girare in bicicletta per il paese e le sue sconfinate campagne, godendosi le vacanze estive, a mettere il naso nelle indagini di un sempre più irritato e svampito comandante, ad accompagnarci, sempre più in profondità, nei misteri di un mondo insieme assurdo e autentico.
I temi tipici del Dumont drammatico sono sempre presenti, nascosti tra le pieghe di una vicenda bizzarra e surreale si annida ancora, più forte che mai, l’ambigua contrapposizione tra bene e male, la riflessione sull’umanità, sulla sua ineluttabile natura, su un senso estremo dell’assurdità dell’esistenza questa volta virato in un’inedita chiave comica dai toni grotteschi e stranianti. In un contesto e in un’ambientazione in tutto simili a quei teatri di sconsolata desolazione visti in film come La vie de Jésus o Hors Satan esplode, inaspettata, una comicità inedita e demenziale, un umorismo capace di richiamare nei toni e nelle situazioni la vena surreale dei Monty Python, di Peter Sellers, della pantomima e dell’anarchica demenza dei fratelli Marx, in una (formidabile) costruzione del non-sense che si fa apologia della stupidità del genere umano, dell’insensatezza dell’esistenza.
In un mondo spiazzante e farsesco, una sconcertante epopea rurale fotografata con la solita, costante rigorosità stilistica, l’Inferno (“Il Diavolo è tra noi, Carpentier”) si nasconde dietro una facciata se non di rispettabilità, almeno innocua, in una degenerazione della realtà dove la violenza può esplodere in qualsiasi momento, dove il male, sempre strisciante e in agguato, ha messo radici dall’alba dei tempi, pronto a impadronirsi, ancora una volta, degli emarginati, dei disperati, dei più deboli.
Tra corpi decapitati, fatti a pezzi e dati in pasto a mucche pazze, vittime lasciate in bella mostra, come sculture, sulla spiaggia o fatte sparire repentinamente in qualche porcile, Dumont, in quattro esilaranti e riflessivi episodi, abbozza un mondo di male e disperazione dove l’unica speranza pare risiedere nell’amore di due ragazzini, paradossalmente i personaggi meno assurdi e bizzarri di questo mondo adulto e incapace, comico e grottesco coi suoi protagonisti goffamente e impassibilmente intenti a venire a capo di un mistero sempre più intricato e assurdo, inconcepibilmente inconsapevoli di un senso del ridicolo dilagante. Una nave di folli irrecuperabili e irresistibili che, sconvolgendo un’architettura impeccabile da thriller, da giallo seriale alla Feuillade, ci rapisce in un’unitarietà espressiva coinvolgente, in una riflessione più che mai profonda e drammatica mentre, ancora, le lacrime ci annebbiano gli occhi. Per il troppo ridere.

Mattia Caruso

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