Vizio di forma

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9.0 Awesome
  • voto 9

America, dove sta(v)i andando?

Girare un noir, colto nella sua essenza, equivale obbligatoriamente a perdersi, smarrire le coordinate conosciute. Significa addentrarsi in territori misteriosi e oscuri, di quelli che mettono in gioco al contempo il corpo e l’anima nella loro interezza. In ultimo il noir è una filosofia di vita. Oppure, se preferite, di sopravvivenza. Tutte componenti ben note all’eccentrica, inafferrabile, significativa prosa di Thomas Pynchon, autore del romanzo omonimo che è stata la fonte di ispirazione del film Vizio di forma (nell’originale, più sottile, Inherent Vice, cioè vizio intrinseco, connaturato), settimo lungometraggio diretto da Paul Thomas Anderson. Una sfida impossibile, quella di portare sul grande schermo per la prima volta uno dei testi più famosi dell’ostico Pynchon? No, piuttosto la perfetta coincidenza cinematografica di due visioni del mondo dallo scarto minimo, compiuta in un sottile equilibrio sul filo del paradosso a proposito di una possibile ricerca di senso nell’assurdità apparentemente più totale.
Sin dalle proprie premesse letterarie Vizio di forma è la rappresentazione – prima narrativa, poi visiva – del Caos. Un noir, appunto, iperbolico, innalzato ad una potenza nemmeno valutabile in termini algebrici. Attorno al personaggio principale, il detective privato Larry “Doc” Sportello (interpretato da un Joaquin Phoenix che definire perfetto è riduttivo), orbita una galassia in continuo (som)movimento, in uno spaccato di Los Angeles – regno indiscusso del noir nonché, non certo a caso, patria effettiva dell’American Dream cinematografico – dove tutti conoscono tutti e il malaffare diventa consuetudine comportamentale in ogni ambito. Siamo nel 1970 e impera il cosiddetto riflusso. La presidenza Nixon dà il cattivo esempio, le proteste contro il Vietnam impazzano. La droga può essere un’utile alternativa. Quasi una via di fuga impossibile da un labirinto forse del tutto privo di uscita. Le carte, artatamente mescolate, sono dunque in tavola. E Paul Thomas Anderson realizza l’ennesimo manifesto di un’America terra di nessuno, governata da leggi ataviche che prevedono la sistematica prevaricazione dei (pochi) potenti sul resto della società. Almeno sino al punto di non ritorno dell’implosione spontanea, ieri come oggi. La galleria dei personaggi che pullulano in Vizio di forma è caratterizzata sul filo del grottesco, dando vita ad una sfilata assieme irresistibilmente comica nonché dannatamente, amaramente crepuscolare. L’unico scopo sociale che li muove è il Potere. E quest’ultimo scaturisce, inevitabilmente, dal denaro. La totale assenza di senso compiuto in un tale teatrino coincide alla perfezione con la mancanza di etica. “Doc” Sportello, nella mirabile interpretazione attonita di Joaquin Phoenix, è il classico personaggio sito nel cosiddetto “occhio del ciclone”, un uomo che tenta l’impresa impossibile di ricomporre un puzzle dove ogni pezzo è mosso da forza centrifuga. Affidando il ruolo di io narrante all’amica di Sportello Sortilège, la sceneggiatura di Anderson compie un’operazione di raffinata dualità di significato: da una parte prova ad orientare un minimo lo spettatore nel labirinto inestricabile di eventi vissuti attraverso lo sguardo, in teoria indagatore ma in realtà obnubilato – dalle droghe, ma anche dal sentimento per Shasta, sua ex (poco) misteriosamente scomparsa – di Sportello; dall’altra somma scientemente l’ennesima inverosimiglianza ad un contesto già di suo tendente all’anarchia totale, poiché non spiega come la stessa Sortilège – fondamentalmente estranea all’intera vicenda narrata – possa essere a conoscenza di così tanti particolari. In questo clima ironicamente pre-apocalittico ritroviamo le stesse peculiarità che hanno caratterizzato le ultime opere di Paul Thomas Anderson, quelle ambientate in un passato in grado di gettare sinistre ombre anche sul presente e sul futuro non solo della società statunitense. Se tanto ne Il petroliere (2007) quanto in The Master (2012) la rapacità prevaricatrice aveva un nome ed un cognome – rispettivamente il Daniel Plainview mirabilmente interpretato da Daniel Day-Lewis e il Lancaster Dodd dell’indimenticabile Philip Seymour Hoffman – in Vizio di forma questa entità rimane astratta, quindi persino più minacciosa poiché non identificabile, insinuata in modo invisibile nei gangli vitali della società al pari di un cancro maligno. E la scelta di mettere in scena quest’amara verità in toni grotteschi, salvo poi ricorrere a significative esplosioni di violenza molto realistiche, rende l’insieme se possibile ancora maggiormente inquietante. Anche perché l’affresco andersoniano finisce, nel corso del film, con il perdere gradatamente le proprie connotazioni temporali e geografiche, finendo con il divenire una sorta di specchio globale sullo Stato (marcio) delle Cose. Un vizio naturale, per l’appunto.
Distaccandosi per un solo istante dall’ambiguità sistematica del romanzo Paul Thomas Anderson chiude il suo film con un isolato, catartico, raggio di luce. Forse solo l’amore, la sincerità di un rapporto umano comunque assai difficile da trovare e ancor più da coltivare, può costituire una parziale via di fuga dal Caos sempre imperante. Gli occhi di “Doc” Sportello vengono illuminati dall’esterno: probabilmente una rivelazione personale, forse la definitiva “santità” laica dell’unico personaggio del film rimasto coerente a se stesso in un mondo vorticosamente gravitante attorno alle ineludibili leggi di quel dio minore chiamato Potere.

Daniele De Angelis  

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