Pussy Riot vs. Putin: il documentario a Roma

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Tra flash mob, documentario e dibattiti, la questione Pussy Riot sbarca in Campidoglio

Cielo grigio, aria gelida, strade congestionate: un uggioso giovedì d’inverno ha fatto da sfondo all’atteso evento che si è svolto in Campidoglio in onore delle Pussy Riot, realizzato da Blue Desk, in collaborazione con Cinema Beltrade di Milano e Teatro Altrove di Genova.
Le danze si sono aperte con un flash mob che ha coinvolto una folla di sostenitori che, al grido “Russia Libera! Russia Libera!” hanno lanciato per aria i colorati passamontagna con cui coprivano i loro volti, in un esplicito gesto di solidarietà verso il coraggioso collettivo. Il tutto impreziosito dalla pittorica cornice della scalinata del Campidoglio.
L’attenzione si è successivamente spostata nella Sala della Protomoteca, dove è stato proiettato il documentario che racconta la storia del gruppo, dalla sua formazione al giorno della condanna, seguito dalla conferenza stampa con gli autori Taisiya Krougovykh e Vasily Bogatov, arricchita dagli interventi dei consiglieri Gianluca Peciola e Imma Battaglia.

Degno di attenzione è senz’altro il modo in cui il documentario è approdato nella sala capitolina: tutto è cominciato con un fortuito incontro al Festival di San Pietroburgo tra i membri dell’Associazione Blue Desk e la regista Taisiya Krougovykh, allora sconvolta per l’annullamento della proiezione del suo documentario, per il quale era stata invitata e si era appositamente mossa da Mosca. Un impedimento non degno di giustificazioni, che i soci di Blue Desk han voluto immediatamente comunicare al regista Philippe Groening, presente al festival in veste di giurato, che la sera della premiazione ha pensato bene di esprimere un caloroso ringraziamento al Festival per aver invitato nella selezione ufficiale un film come Pussy vs Putin: un gesto esplicitamente provocatorio che ha per un attimo gelato la platea, ma cui poi ha fatto seguito un caloroso applauso.
Il documentario rappresenta un vero e proprio collage delle scene di vita del collettivo: una panoramica completa che abbraccia i momenti più salienti, dalla formazione del gruppo alle prime dimostrazioni; dalla condanna in seguito all’incursione all’interno della cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, ai messaggi lanciati al pubblico durante il concerto dei Faith No More. L’intento di creare solidarietà attraverso la conoscenza dei fatti, nudi e crudi così come si sono svolti, senza artificiosi accostamenti o pretenziose metafore, emerge chiaramente in un mediometraggio che offre preziosi spunti di riflessione più per la storia che narra, che per il modo con cui la narra. Ma quando l’oggetto del racconto è così forte da creare già di per sé una distinzione rispetto al mare magnum di storie che vengono raccontate, forse è giusto che il regista si collochi in secondo piano, e metta la propria creatività al servizio della realtà che narra, operando di conseguenza le proprie scelte stilistiche, come quella di contrapporre le colorate vesti delle attiviste al grigiore dei luoghi in cui si svolgono le loro dimostrazioni; scelta che chiaramente emerge nella scena in cui, inquadrate di spalle da lontano, cantano e suonano di fronte alla cattedrale di San Basilio in Piazza Rossa: la cattedrale appare monocolore, l’aria  rarefatta, il paesaggio gelido e privo di vita, contrapposto alla vitalità delle ragazze.
Una storia, quella delle Pussy Riot, che lascia aperti molti interrogativi, come ad esempio quelli riguardanti l’effettiva efficacia del loro agire: oggi in Russia, il regime di Putin ha ulteriormente stretto le catene con cui tiene sotto scacco il proprio popolo. Non c’è libertà di stampa, non c’è libertà di associazione, non c’è nemmeno libertà di manifestazione o sciopero.
Non le risulta che la situazione si sia ulteriormente inasprita?” Con poche parole, una giornalista rivolge alla regista una legittima domanda che rappresenta il nodo centrale della questione. “La situazione in Russia è terribile. Ma senza le Pussy Riot sarebbe stato peggio, perché, se non altro, le loro dimostrazioni hanno dato un bello scossone, hanno acceso i riflettori su una situazione che altrimenti sarebbe rimasta all’oscuro”.
Un inaccettabile livello di censura che viaggia nelle trame di una società compromessa in un modo così subdolo da non dare nemmeno la possibilità di crearsi degli alleati.

Costanza Ognibeni

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