Visioni Differenti: Chroniques sexuelles d’une famille d’aujourd’hui

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Sesso senza amore?

Da quando è morto Michael Jackson, mi sono illuso di essere un precog. Un precognitivo, un veggente insomma, capace di prevedere alcuni specifici eventi. Non in maniera fruttuosa o fruttifera, in quanto il mio esercizio medianico ricorrente è il TotoMorte, cerco di prevedere la morte improvvisa delle celebrità la cui anagrafe dovrebbe invece essere rassicurante. Per esempio, non ho beccato la Winehouse per un pelo, davo Witney Houston già morta dal 1988, con Michael Jackson ho fatto centro. E’ vero, è stato un po’ come sparare sulla croce rossa, però è servito a rinvigorire il mio amor proprio, tanto che per l’anno in corso preconizzo la dipartita di … Gerard Depardieu, Francesco Nuti, Britney Spears, e poi vedremo.
Precog, dicevo.
6 mesi fa, scambiando l’eccitazione dell’attesa per fremito messianico, parlavo di Nymphomaniac come del film che avrebbe cambiato per sempre il rapporto tra cinema e visione del sesso, non simulato o simulato non importa. Il fomento era grande, poi arrivarono finalmente () e ()2, deflagranti certo, ma con grande sorpresa e sommo dispiacere, incapaci di accendersi e perdurare nel tempo. Evanescenti, forse. Non che siano film inutili o dimenticabili, solo che non penetrano a fondo e rimangono contenuti nel plausibile e nel noto, giusto con qualche puntina di perturbante. Mi spiace dirlo, ma Lars ha fatto cilecca, e io non sono un precog. Però Il sesso. La sofferenza, l’orgasmo, il piacere, il dolore. E’stato Houellebecq a segnarmi davvero, dopo di lui ho bisogno di qualcuno che riesca ad andare più a fondo, verso l’abisso o verso l’infinito.
Ho provato allora con un titolo che fa molto Italia softcore anni 70: Chroniques sexuelles d’une famille d’aujourd’hui (Sexual Chronicles of a French Family di Pascal Arnold e Jean-Marc Barr, 2012), francesi come Houellebecq. Jean-Marc Barr, regista attore, volto e corpo di molto cinema di Lars von Trier, da Europa a Le onde del Destino a Dancer in the Dark a Dogville a Manderlay a Il Grande Capo a (). Ha importato il Dogma in Francia (Lovers, French Dogma #1) poi ha creato la Toloda, la casa di produzione che vuole essere la Zentropa d’Oltralpe e produce il film di cui sopra. Con occhio zentropico, in chiave più mandrilla che sado, Jean-Marc guarda le vicende e gli affanni sessuali di una famiglia francese contemporanea. Di una famiglia francese  contemporanea, e borghese. Agiata, normalizzata, conformista, snob. E radical chic, ça va sans dire. Babbo bella persona, mamma milf di un certo livello, anche in carriera. Figli, due naturali più una adottiva perché il politicamente corretto è un must quasi quanto l’understatement (scusate, mi è partita la lingua e con essa la mano), ad impersonare la santa trinità verginello-bisex-giumenta. E giù visioni senza peli sulla lente di: masturbazioni in classe ad usum smartphone + sesso a tre + sesso a due + tette rifatte (big boobs, se volete approfondire l’argomento sui siti specializzati YP ) + homemade husband f…ing  wife (anche questa, dai che lo sapete, è una categoria reperibile sui suddetti siti). Non basta, c’è il moribondo nonno ottuagenario che si sollazza con la prostituta filosofa,  old man f…ing a hooker, e il quadro è completo. Un film di 82 minuti, un’ora e venti appena, e sto parlando della versione integrale mai uscita nei cinema di Francia, inutile, inessenziale, impotente. Il sesso ed i sessi si vedono tutti, certamente, maschi e femmine ci danno dentro, ma ciò non sollecita alcuna corda, né drammatica, né comica, né tantomeno voyeuristica. L’orgasmo resta fuori campo, omesso, interrotto, annullato. Apoteosi del supplizio, il primo rapporto del verginello nerd è ripreso per intero, dai preliminari fino alla quasi fine. Una noia mortale, e io lì a guardare e a pensare che era molto più eccitante il softcore pecoreccio de’noantri, quando Mario il ripetente sfigato rivelava il suo amore alla smutandata professoressa Edwige, e tra schiaffi e vestiti strappati partiva il pomicio, con progressiva esibizione delle note tette e di una fettina di culo. Quello era il sesso, questa è solo borghesia francese, oscena oltre ogni pornografia.
Il cinema francese, in realtà, non si è mai ripreso dall’avvento del sonoro; finirà col creparne e non è un gran male“.
Nel dopoguerra, circa alla stessa epoca di Jean-Paul Sartre, Jacques Prévert ha riscosso un successo enorme; si è colpiti dall’ottimismo di quella generazione. Oggi il pensatore più influente sarebbe piuttosto Cioran. All’epoca si ascoltavano Vian, Brassens… Innamorati che si sbaciucchiano sulle panchine, baby boom, costruzione massiccia di case popolari per alloggiare tutta quella gente. Molto ottimismo, molta fiducia nel futuro e un po’ di stupidità. Certamente siamo diventati molto più intelligenti.
Con gli intellettuali, Prévert ha avuto meno fortuna. È sfuggito dunque essenzialmente alle tesi di dottorato. Oggi, tuttavia, entra nella Pléiade, il che costituisce una seconda morte. La sua opera è lì, completa e fissa. È un’eccellente occasione di interrogarsi: perché la poesia di Jacques Prévert è così mediocre che si prova talvolta una sorta di vergogna a leggerla? La spiegazione classica (perché la sua scrittura «manca di rigore») è completamente sbagliata; attraverso i suoi giochi di parole, il suo ritmo leggero e limpido, Prévert esprime in realtà perfettamente la sua concezione del mondo. La forma è coerente con la sostanza, il che è proprio il massimo che si possa esigere da una forma. Del resto, quando un poeta si immerge a tal punto nella vita, nella vita reale della sua epoca, sarebbe fargli torto giudicarlo secondo criteri meramente stilistici. Se Prévert scrive, significa che ha qualcosa da dire; torna tutto a suo onore. Purtroppo, ciò che ha da dire è di una stupidità senza limiti, talvolta nauseante. Ci sono belle ragazze nude, borghesi che sanguinano come porci quando li sgozzano. Storia vecchia; si può preferire Baudelaire.

[M.Houellebecq, “La ricerca della felicità”, Bompiani 2008]

Dikotomiko

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