Visioni Differenti: All the Boys Love Mandy Lane

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…”Iny weeny teeny weeny
Shriveled little short dick man” (20 Fingers)

Il buen retiro è una pratica molto cara ai cugini americani. appena possibile è bello abbandonare la complicata vita megalopolitana e tornare alla dimensione bucolica dei padri fondatori, basta possedere uno chalet, un ranch, un cottage, una cabin in the woods. E’ lì che viene fuori l’anima degli States, che gli adolescenti si fanno uomini e donne, è lì che l’orrore del puritanesimo esplode. E’ lì, nell’isolamento agognato, che si realizza la compiutezza del Secondo Emendamento, il celeberrimo diritto a possedere armi da fuoco per legittima difesa, perché dove c’è una casa nel bosco, un Fort Apache a misura di waspies, allora ci saranno sempre cheyenne o altre cerature infernali pronti ad assaltarlo.
Home Invasion e Slasher, sottogeneri nel mare magnum dell’horror, procedono minacciosi sotto il sole cocente e le balle di fieno, dal tramonto all’alba e dall’alba al tramonto, attentando all’incolumità della famiglia o del gruppo di amici che eran giovani e forti, fino al consueto epilogo in cui la virginale fanciulla  innocente – la principessa ? – viene salvata dal puro e coraggioso spasimante – il cavaliere ? -, anche a costo del sacrificio umano dei suoi compagni di sventura – la corte ? – , tutti trucidati perché, vuoi o non vuoi, se lo meritavano. Così per decenni, poi nel 2006 un tizio, Jonathan Levine, si mette in testa un’idea meravigliosa: conserva l’ambientazione, sovverte ruoli e luoghi comuni, e realizza All the Boys Love Mandy Lane, accolto dalla critica di tutto il mondo, dico, i Francesi, dico, gli Inglesi, come avanguardia prossima al capolavoro. La Mandy Lane al centro del film  non è una principessa, è ‘na reggina, Amber Heard, signora del male, incrocio riuscitissimo tra Scarlett Johansson e Martina Stella. Lei, il nuovo sesso nella vita vera, assetto omo-etero variabile, è qui adolescente in fiore, asessuato e sensualissimo oggetto del desiderio. Tutti la chiedono, tutti la vogliono, fanno pazzie per averla, si spezzano l’osso del collo per lei. Invano. Quando tre riccastri testosteronici rampolli la invitano ad un tranquillo week end di bagordi, assieme ad altre due chicks, tre contro tre e chi vedo vedo chi trombo trombo. Lei accetta, non si capisce bene perché, visto che ostenta diversità e disinteresse. Arrivati all’Ok Corral, i maschietti infoiati da alcool pillole e ferormoni scatenano la caccia alla topa, ma la virilità è una conquista faticosa, e gli adolescenti, si sa, sono spesso chiacchiere e distintivo. Così, come anche il metaforone biblico ci spiega – un serpente letale in agguato nel lago dove i nostri 6 giocano agli schizzi ed agli strusci – è tutto un inseguirsi di frustrazioni, dall’invidia penis all’ansia da prestazione, dalle dimensioni contano al non so cosa mi piace, e nel frattempo il maniaco serial killer in felpa e cappuccio, reduce dalla Columbine più che emulo di Leatherface, comincia a falciare le sue vittime. Massacro che trova compiutezza en plen air, nella luce e sotto il sole torrido, perché nella luce è impossibile nascondersi e occorre mostrare quello che si è, corpi vuoti senza contenuto, mossi da un desiderio che è impulso elettrico senza volontà. Mandy Lane resta e lotta insieme a noi, sempre vestita, imbrattata, stordita, mai posseduta. In una fossa di carcasse e sangue e ossa rinasce, nel sole compie la sua metamorfosi da crisalide a mantide per salvare, lei, colui che era uscito dal gruppo, il mandriano ex marine con il fucile (lui ce l’ha più lungo), uomo fatto e abbandonato, in piena crisi di identità.
All the Boys Love Mandy Lane è una riflessione ambiziosa  sul cinema di genere,  attraverso essa sui meccanismi compulsivi e coercitivi che sottendono una cultura dominante. Un seme, che sboccerà anni dopo in Spring Breakers, il capolavoro assoluto di Harmony Korine. Levine si distingue per l’uso grindhousiano – Rodriguez più che Tarantino – di macchina da presa e colonna sonora (Go’s, The Earlies, Peaches, Defibulators), tutto in funzione della deità di Amber, per le quale anche noi, pacifisti e non violenti nel midollo, saremmo disposti a tutto, anche a lasciare Vanessa Paradis  e a regalarle un’isola. Anche ad uccidervi.

Dikotomiko

http://dikotomiko.wordpress.com/

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