Luci e ombre
Quello di Kaori Oda alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema è stato un graditissimo ritorno. Lo testimoniano gli apprezzamenti ricevuti al termine della proiezione della sua nuova fatica dietro la macchina presa dal titolo Underground, proiettata dopo l’anteprima mondiale alla Berlinale 2025 nel concorso della 61esima edizione della kermesse pesarese, competizione alla quale la regista giapponese aveva già preso parte nel 2020 con TS’ONOT / Cenote.
Chi all’epoca aveva avuto modo di vedere quell’opera ha potuto ritrovare anche in quest’ultima tutti quegli elementi caratteristici e identificativi del suo modo di fare e concepire la Settima Arte che è focalizzato su un interesse molto forte per il concetto di memoria, portato avanti tramite immagini e suoni. In tal senso il cinema della Oda continua ancora a risentire – positivamente parlando – dell’influenza di Béla Tarr, con il quale la regista ha avuto modo di formasi ai tempi degli studi all’Accademia di Sarajevo. Oltre al tema della memoria e dell’identità, anche il rigore formale e la grandissima attenzione rivolta alla sperimentazione su ciò che si sente, si vede e si percepisce a livello sensoriale, fanno parte dell’altra lezione che l’autrice ha appreso e fatto sua del maestro magiaro. Il risultato è un’esperienza immersiva e totalizzante, in cui alle potenti ed evocative immagini fanno da contrappunto e spinta propulsiva un avvolgente e stratificato lavoro di sound design e musicale, firmato rispettivamente da Iwao Yamazaki e Miyu Hosoi. Entrambi, magnetici e ipnotici, aiutano a dare forma e sostanza audiovisiva a un cinema del reale che oltrepassa la realtà stessa per raggiungere una dimensione altra in cui l’astratto, il metaforico, il poetico e l’onirico indicano la strada, costruendo un significato ancora più profondo e spirituale. La cineasta di Osaka usa nuovamente “l’ombra” per connettere vivi e morti, passato e presente, esplorando paesaggi sotterranei come Okinawa e Sapporo in un viaggio tra memorie sepolte. Nello specifico il tour fisico ed emozionale torna ancora tra le topografie di una grotta a fare da cornice prevalente con relativi cunicoli infiniti e stretti, quasi a rievocare il mito della caverna di Platone. Nel film vediamo numerosi paesaggi sotterranei, fra cui anche Okinawa e Hokkaido. La prima per i ricordi della Seconda Guerra Mondiale, Sapporo per mostrare infrastrutture moderne come metropolitane e fognature. Questi spazi rappresentano temporalità diverse e, insieme, compongono un vasto mosaico.
Oscurità e luce, riflessi e proiezioni, contorni cupi, un’ombra che assume la forma di una giovane donna. Underground di Kaori Oda ci conduce dolcemente nelle profondità delle grotte di Okinawa, sovrapponendo passato e presente, memoria ed esperienza sensoriale-tattile. Il film è un’espansione creativa di Gama, che prende il nome da un termine locale che indica le grotte e i sistemi di tunnel. Ancora una volta, con maestria sperimentale e visiva, in Underground Oda scopre e svela gli spazi sotterranei come luogo di memoria transgenerazionale della battaglia di Okinawa dell’aprile 1945. Mentre la “guida di pace” Mitsuo Matsunaga racconta con sobrietà il destino dei civili che cercarono rifugio qui dai bombardamenti delle truppe statunitensi, l'”ombra”, incarnata dalla giovane donna, scivola attraverso le grotte, toccando pareti rocciose e tracce del passato. Silenziosamente, con dita che tastano, Kaori Oda sovrappone la cultura della memoria e le ferite storiche in magici strati di immagini. Gli incomprensibili resoconti di suicidi collettivi sono incorniciati da un sensuale paesaggio sonoro. Underground raffigura una vita con le ombre.
Francesco Del Grosso








