Un sacchetto di biglie

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3.0 Awesome
  • voto 3

Un sacchetto di lacrime

A noi critici più smaliziati, la prima osservazione che sorge riguardo Un sacchetto di biglie è il nome del regista che ha diretto tale pellicola. È quel Christian Duguay, canadese e mestierante di lungo corso, che ha diretto, nella sua sostanziosa carriera, negli anni Novanta dei film rimasti nella memoria dei cinefili amanti dei B-Movies. Pellicole sicuramente usa e getta, ma che avevano un loro perché cinematografico (di bassi estinti). E ritorna alla memoria, soprattutto, anche quel gioiellino fantascientifico apparso improvvisamente nel 1995 sugli schermi, cioè Screamers – Urla dallo spazio. Un Sci-Fi con tutti i crismi, che era tratto molto liberamente da un racconto di Philip K. Dick e sceneggiato da Dan O’Bannon. Ma queste sono altre storie, altri generi, altro secolo. Adesso Christian Duguay ha cambiato territori narrativi e il medium con cui esprimersi maggiormente. Sempre più sovente realizza opere direttamente per la televisione, medium con cui, in ogni modo, aveva flirtato anche in passato. E gli ultimi tre lungometraggi cinematografici confermano il suo nuovo andazzo stilistico. Tre opere che puntano soprattutto a una audience di famiglie, e formalmente pronte anche per un successivo e veloce passaggio televisivo. Ai precedenti Jappeloup e Belle & Sebastien – L’avventura continua, si aggiunge quest’ultimo commovente film storico che ha per protagonisti dei bambini.

Un sacchetto di biglie è tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Joseph Joffo, e tale libro aveva già avuto una lontana trasposizione cinematografica nel 1975 (Un sacchetto di biglie di Jacques Doillon). Opera letteraria di successo e commosso memoriale, che raccontava la persecuzione nazista contro gli ebrei nella Francia occupata, è uno di quei testi narrativi che si presta bene a una riduzione cinematografica, contendo nelle sua pagine la Storia (tragica), la descrizione di semplici vite, e profondi sentimenti. Essendo poi una autobiografia di un (ex) bambino che ha vissuto i violenti anni del Nazismo, la trasposizione si fa ancor più appetibile. Questa versione cinematografica certamente rispetta con ossequio il testo d’origine, però spinge troppo volutamente sulla facile presa emozionale di certo pubblico e suscitare una manciata di lacrime. Se il libro era una rievocazione personale di Joffo di quel passato e della sua famiglia, Duguay corregge la narrazione rendendola lineare, in modo tale che anche chi non conosce la storia possa apprendere cronologicamente quanto accadde. Tutto quello che vediamo, per la prima volta, è lo stesso che vede nel momento il piccolo Joseph.
Quindi Un sacchetto di biglie, oltre a conformarsi con gli altri due precedenti lungometraggi, in cui la storia contiene in sé un blando percorso di formazione e di crescita dei personaggi, ha purtroppo un eccessivo stile televisivo. Una cadenza, filmica e sentimentale, molto più adatta per il piccolo schermo. Una trasposizione racchiusa in poco meno di due ore, ma che, dopo i primi scorrevoli 30 minuti, il tempo diviene interminabile. A questo punto sarebbe stato molto meglio un TV-Movie in due puntate. Onestamente rivogliamo il Duguay rozzo e scontato, ma almeno onesto nel raccontare una storia e con immagini prettamente cinematografiche.

Roberto Baldassarre

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