True History of the Kelly Gang

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6.5 Awesome
  • VOTO 6.5

L’uomo che sarei diventato

In Australia è una sorta di guida. La sua immagine era presente persino all’apertura della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi. È stato usato da tutti come emblema di qualcosa di australiano, tant’è che la destra ne ha fatto una propria icona. Per chi non lo avesse capito è di Ned Kelly, il celeberrimo fuorilegge australo-irlandese, che si sta parlando. La sua storia è entrata nell’immaginario collettivo di una nazione intera e la sua popolarità non poteva passare inosservata allo sguardo della Settima Arte e infatti la sua figura vanta una discreta filmografia all’attivo, nella quale spiccano I fratelli Kelly (1970) di Tony Richardson e il più recente Ned Kelly (2003) di Gregor Jordan, rispettivamente interpretati da Mick Jagger e dal compianto Heath Ledger.
Ora a vestire i suoi panni in True History of the Kelly Gang troviamo il meno noto – ma comunque valido – George MacKay (che presto vedremo nel ruolo di Schofield in 1917 di Sam Mendes e che abbiamo potuto apprezzare in quello di Bodevan in Captain Fantastic), che si carica sulle spalle il peso specifico e il mito di un personaggio assai complesso e difficile da gestire. Per sua fortuna e del regista Justin Kurzel il carico non finisce con lo schiacciare la performance, che non è ai livelli dei predecessori ma che a conti fatti rappresenta una delle note positive del nuovo film del cineasta australiano. Quest’ultimo, prendendo spunto dall’omonimo romanzo di Peter Carey, racconta l’ascesa e la caduta del giovane e famigerato bandito che riunì un gruppo di guerriglieri per organizzare una ribellione contro i soprusi dell’impero britannico. Il fuorilegge Ned Kelly visse solo venticinque anni, che furono abbastanza per entrare a far parte della leggenda della terra dei canguri.
Ed è questa che Kurzel ricostruisce partendo dall’adolescenza di Ned sino alla sua prematura dipartita sotto il fuoco incrociato della polizia di Victoria, in un biographical western che dal romanzo di deformazione si fa criminale quando il protagonista oltrepassa la maturità e decide di infrangere e sfidare la legge. True History of the Kelly Gang è la cronaca non fedele per stessa ammissione dell’autore di questo percorso di autodistruzione che, paradossalmente, invece di marchiarlo a vita lo ha consacrato. Il risultato è un’epopea che racconta gli highlights di un’esistenza consumata tra responsabilità domestiche, dipendenza materna, iniziazione alla violenza e sfida della legge. Su queste colonne portante si regge una timeline che alterna momenti di forte lucidità ad altrettanti che vedono la scrittura arrovellarsi su se stessa con digressioni futili che non fanno altro che estendere di quei minuti d troppo la durata. Alternanza e discontinuità che sono croniche nel cinema di Kurzel, evidenti tanto in Macbeth quanto in Assassin’s Creed.
Se c’è invece una costante sulla quale le sue opere possono contare, compresa quella in questione, è la confezione. Come nei precedenti lavori dietro la macchina da presa, anche True History of the Kelly Gang non passa inosservata agli occhi del fruitore, nuovamente chiamato a misurarsi con una veste di qualità e dal forte impatto visivo, sia in termini di messa in scena che di soluzioni registiche. Scene come l’imboscata alla polizia o la lunga sparatoria finale ne sono la dimostrazione tangibile. Il tramite per fare in modo che ciò si materializzi sullo schermo è l’uso di lenti grandangolari molto spinte che allargano le prospettive, restituendo la bellezza delle azioni in spazi sterminati che ricordano i western vecchia scuola.

Francesco Del Grosso

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