Non svegliare il troll che dorme
Quando un prodotto audiovisivo, indipendentemente che si tratti di una serie o di un film, registra in streaming numeri da capogiro alle diverse latitudini, raccogliendo una vagonata di consensi da parte degli abbonati al broadcaster di turno, è scontato quanto inevitabile che da lì a poco, lo dicono le statistiche favorevoli, che venga messo in cantiere e poi depositata la prima pietra di uno se non di più sequel. Ed è quanto accaduto al monster-movie norvegese Troll, il cui secondo capitolo è stato rilasciato su Netflix il 1° dicembre 2025, a tre anni circa di distanza dall’enorme successo ottenuto sulla piattaforma a stelle e strisce. Al timone troviamo nuovamente l’artefice di tutto, quel Roar Uthaug che gli addetti ai lavori ricorderanno per il suo Tomb Rider e la cui esperienza nel campo dei progetti ad alto budget è nota (vedi il blockbuster catastrofico The Wave).
L’atto secondo si aggancia narrativamente a quello inaugurale portando avanti l’universo creato da Uthaug e dal co-sceneggiatore Espen Aukan, ma alzando ulteriormente l’asticella dal punto di vista dello spettacolo. Quanto basta per guadagnarsi il titolo di produzione colossale più imponente mai realizzata nei Paesi nordici. Ed effettivamente lo show non manca e non si fa attendere, crescendo in maniera esponenziale con lo scorrere dei minuti. Troll 2 si riappropria di un immaginario intriso di folklore scandinavo, azione serrata e scenari spettacolari per riportare sullo schermo le disavventure della paleobiologa Nora Tidemann alle prese nel primo capitolo con una creatura gigantesca, risvegliata dalle viscere delle montagne, che emerge causando distruzione nei territori rurali e dirigendosi minacciosamente verso Oslo. La donna e una task force formata dall’esperto comunicatore Andreas e dal militare Kristoffer Holm arrivano a scoprire che non si tratta però di una semplice anomalia geologica: il troll, essere leggendario delle fiabe nordiche, è reale e vivo. Sventata la minaccia è già tempo di affrontarne un’altra ancora più grande e distruttiva, ma stavolta non sarà sufficiente l’esperienza, perché servirà qualcosa di più, con i protagonisti che dovranno vedersela con un Megatroll. Il Governo, preso alla sprovvista è costretto a richiamare in azione la professoressa Tidemann e la sua squadra, che per l’occasione si allarga con l’ingresso del funzionario governativo Marion Rhadani e della storica Esther Johanne Tiller. Insieme prenderanno parte a una missione che li spingerà a scavare nel passato mitologico della Norvegia per cercare di comprendere la natura e l’origine di questo nuovo essere distruttivo. Mentre Megatroll continua la sua marcia devastatrice, un altro troll entra in scena. Il risultato: uno scontro tra titani che trasforma montagne e città in campi di battaglia. Il tempo stringe, e con ogni passo del mostro la possibilità di salvare il paese si assottiglia.
Tenendo conto di questo scontro tra titani che riporta la mente a quello tra i Kaijū di Pacific Rim o tra le creature di Godzilla vs. Kong, lo spettatore si troverà al cospetto di uno show dall’elevato tasso di azione spettacolare che consentirà alla messa in quadro e alla confezione di mantenere alto il livello di intrattenimento. Elemento, questo, imprescindibile per ogni monster movie che si rispetti sin dai suoi albori, con scene come la fuga del Megatroll dal bunker sino all’attacco al rave, passando per la battaglia tra le strade di Trondheim, che da sole sono sufficienti a ripagare il prezzo dell’abbonamento mensile. Dietro tale fattore si nasconde però qualcosa di meno futile, ossia un tentativo di indagare sulla memoria collettiva. Il troll è infatti una creatura della terra, e come tale rappresenta ciò che l’uomo moderno ha dimenticato o ignorato: leggende, paure ancestrali, un equilibrio tra natura e civilizzazione che si è rotto. A questo si vanno ad aggiungere altre argomentazioni scomode quali possono essere la responsabilità umana, la gestione delle crisi, la conoscenza trascurata e la tentazione di affrontare tutto con la forza invece che con la comprensione. Tematiche, queste, che la Settima Arte ha più volte affrontato attraverso la lente del suddetto filone, che qui diventano centrali anche ai fini narrativi. Nora (interpretata nuovamente in maniera efficace da Ine Marie Wilmann) e il suo team dovranno in primis fronteggiare la tensione tra scienza, politica e mito che rappresenta l’epicentro del conflitto, per riuscire a risolvere una situazione sulla carta – e non solo – davvero disperata. Se vi riusciranno lo lasciamo ovviamente alla visione, ma c’è da sottolineare il graduale impoverimento del baricentro tematico ai fini drammaturgici con il passare dei minuti, che sposterà sempre di più l’attenzione e la fruizione verso la componente action. A risentirne saranno i personaggi e la trama, che da potenzialmente rilevanti finiranno con l’entrare nella galleria del già codificato, senza più lasciare margine di manovra per l’inserimento di approfondimenti relativi alle numerose questioni sollevate. Si finisce con il fare i conti con l’ennesimo monster-movie standardizzato, privo di unicità, fedele ai dettami e alla ricetta base.
Francesco Del Grosso









