The Wave

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Solo dieci minuti

Se non fosse per gli ultimi sciagurati minuti che vanificano quanto di buono portato sul grande schermo sino a quel momento, The Wave rientrerebbe tra le visioni più convincenti della sezione After Hours della 33esima edizione del Torino Film Festival. Il cortocircuito drammaturgico si innesca nella fase che precede l’epilogo, quando la soglia della credibilità, per quanto concerne gli eventi mostrati e le azioni compiute dai protagonisti, si abbassa vertiginosamente influendo negativamente sul giudizio finale. Davvero un gran peccato, visto che quella stessa soglia si era mantenuta, miracolosamente e in maniera del tutto anomala rispetto alla media del genere di riferimento, ossia il disaster-movie, su un livello di veridicità piuttosto elevato. Si assiste nella maggior parte dei casi a show pirotecnici che trasformano persone comuni in supereroi capaci di sfidare le leggi di natura, comprese quelle di gravità. Nel momento del pericolo anche le persone più insospettabili compiono gesta altrettanto inaspettate pur di portare a casa sana e salva la pelle e quella dei propri familiari. Spesso però si tende ad esagerare, per cui lo spettatore medio al cospetto di questo tipo di film deve per forza di cose stare al gioco e accettare che l’umanamente impossibile si tramuti in possibile. Le catastrofi naturali – e tutto ciò che ne consegue – diventano dunque la cornice ideale per dare spazio a questi atti di sopravvivenza, ma anche per non dimenticarli quando non sono il frutto dell’immaginazione dello sceneggiatore di turno, o ancora come occasione per puntare il dito verso le ferite inferte al mondo da coloro che lo popolano con scelte e comportamenti che ne minacciano l’equilibrio.
Da The Wave non ci si può aspettare qualcosa di diverso per quanto concerne i contenuti e il modo in cui questi vengono veicolati. Il film firmato da Roar Uthaug, candidato norvegese all’Oscar, segue alla lettera lo schema logoro e collaudato del suddetto filone, a cominciare dalle imprescindibili fasi che scandisco il percorso narrativo del racconto: calma apparente, pericolo imminente, catastrofe, bilancio e missione di recupero di coloro che mancano all’appello, con il disaster-movie che cambia pelle trasformandosi in un survivor-movie. L’originalità nel plot viene giocoforza meno, tuttavia il cineasta scandinavo trova il modo per dare un senso all’operazione, appropriandosi di un genere tradizionalmente hollywoodiano, ma tralasciando tutto quel carico pesante di cliché legati ai discorsi presidenziali o al caos delle metropoli (vedi Volcano). Uthaug racconta la distruzione attraverso le vicende di una famiglia e di una piccola comunità in quel di Gerainger, con il geologo lungimirante di turno, tale Kristian Eikfjord, a captare per primo la minaccia e a cercare, invano, di convincere le autorità locali ad evacuare l’intera area. Naturalmente, il pericolo diventa concreto e la furia della natura si abbatte sulla comunità. Inizia così una corsa contro il tempo per mettere in salvo il maggior numero di vite possibile. Nonostante la prevedibilità sia costantemente dietro l’angolo, l’autore riesce comunque a creare suspense ed adrenalina. Dal cataclisma in poi l’azione diventa tambureggiante e il grado di coinvolgimento dello spettatore subisce un’improvvisa accelerata.
Detto questo, il disaster-movie del regista norvegese non ha davvero nulla da invidiare a quelli a stelle e strisce dai budget faraonici, soprattutto dal punto di vista dello spettacolo della messa in scena e della messa in quadro. The Wave, infatti, può contare su una confezione davvero efficace e di grande impatto, risultato della combinazione perfetta tra regia, montaggio, fotografia ed effetti speciali, con quest’ultimi che rappresentano la vera sorpresa. Pensando a quanto prodotto in Europa in materia di film catastrofici, lo standard qualitativo per quanto concerne i VFX raggiunge appena la sufficienza, con l’Italia ad esempio che, nonostante i passi in avanti compiuti negli ultimi anni, non è mai riuscita ad andare oltre il mediocre Vajont di Renzo Martinelli. Per cui è inutile azzardare paragoni con i blockbuster d’oltreoceano e con il ricco filone che stagione dopo stagione si va ad arricchire di titoli più o meno validi. Ma una cosa va comunque registrata: un prodotto come The Wave vale da solo quanto cento Dante’s Peak. Tanto per fare un esempio.

Francesco Del Grosso

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