(Ri)avere vent’anni, tra sensibilità odierna e allucinato “detour” cinefilo
Mettersi a tu per tu con quello che, per molti versi, può essere definito un “classico”, di certo non è per tutti. Proprio nel momento in cui cessano di scorrere i titoli di coda, una didascalia oltremodo chiara esplicita ulteriormente quale tributo, evidente a chiunque conosca la pellicola qui omaggiata, sia all’origine del lungometraggio firmato a quattro mani da Lorenzo Lepori e Dario Almerighi, Al termine del sole: “Questo film è stato ispirato dall’opera del 1978: AVERE VENT’ANNI. Un sentito ringraziamento è dovuto al suo creatore: FERNANDO DI LEO”.
Insomma, occorre avere in partenza un certo coraggio per parafrasare oggi il “cult maledetto” di Di Leo, bersagliato peraltro all’epoca da campagne mediatiche avverse e da interventi censori d’ogni sorta, per effetto dei quali la prima versione venne subito ritirata dalle sale cinematografiche italiane, tagliata e ampiamente rimaneggiata, in modo da edulcorarne determinati contenuti erotici ed eliminare completamente il violentissimo epilogo, sostituito da un posticcio, forzato “happy end”. La curiosità nei confronti dell’operazione tentata da Almerighi e Lepori era tanta, sin da quando gli autori hanno presentato il trailer alla Casa del Cinema di Roma, nel corso dell’Italian Horror Fantasy Fest. E grazie alla proiezione privata organizzata all’Azzurro Scipioni lo scorso 10 dicembre ci si è infine confrontati col prodotto finito. Così il sottoscritto ha potuto finalmente (e paradossalmente, volendo, se si considera la talmente alta tensione interna dell’opera) tirare un sospiro di sollievo, giacché le aspettative della vigilia sono state rispettate in toto.
Eros e Thanatos. Fermenti libertari autentici e conformismo mascherato da trasgressione. Desiderio di fuga e castighi violenti, improvvisi. Tra citazioni tanto dirette da farsi esplicito “omaggio” e tradimenti mirati (compresa quella cornice narrativa che differenzia in parte il destino delle due ragazze, salvando però coscienziosamente – e con tanto di legni che replicano il celebre impalamento – la ferocia e la crudezza del “director’s cut” di Di Leo), Al termine del sole propone di Avere vent’anni un update particolarmente sanguigno e al contempo intelligente, brillante, nel marcare le differenze tra epoca ed epoca. Lasciando intravvedere così in filigrana il mondo impazzito di oggi.
Centrali nel plot sono anche qui le due ragazze, Gloria (Elena Libertà Silvi) e Lilli (Francesca Montuori). Come il lettore/spettatore più smaliziato avrà avuto modo di notare, gli stessi nomi dei personaggi strizzano l’occhio alle due eroine di “dileiana” memoria, Gloria Guida e Lilli Carati. La loro fisicità troneggia qui nell’inquadratura, anche nelle scene di amore saffico. E se, tra le due interpreti, Elena Libertà Silvi offre la prova emotivamente più intensa, magnetica, sfaccettata, lo si può anche giustificare col diverso destino e col background maggiormente articolato del personaggio.
Come da copione, nella loro (apparentemente) spensierata fuga Gloria e Lilli incrociano maschi frustrati e repressi, santoni da quattro soldi, femmine psicotiche e altra varia umanità, sostando a lungo in una sorta di comune popolata da squinternati, per andare poi incontro alla logica spietata del branco. Anime libere da sacrificare. Il film di Almerighi e Lepori è anche, perciò, un’antologia di incontri e di epifanie, talora memorabili, talora magari di minore impatto. Se per esempio il guru Fabrizio Bordignon, alias “Nazariota”, col suo istrionismo tra l’ascetico e il pecoreccio buca di fatto lo schermo, sono diverse altre le apparizioni che lasciano il segno: l’ombroso discepolo Romolo (Andrea Puglisi), il capobranco impersonato in modo ferino da Pascal Persiano, l’inquieta “donna dark” (Simona Vannelli, veterana peraltro del cinema di Lepori, vedi Cieco sordo muto ed Alien Lover capitolo autonomo del più datato Catacomba), l’impacciato, a suo modo irresistibile fanatico della pesca interpretato da Giuseppe Cattani e soprattutto l’aspirante suicida, ovvero l’enigmatico “uomo col veleno” Andrea Bonella, il cui trasognato dialogo con Gloria regala uno dei frangenti più densi e significativi dell’intera storyline. C’è spazio poi persino per un Antonio Tentori, cameo eccellente, preso letteralmente a martellate. Ma al di là dell’ampia galleria di personaggi, Al termine del sole funziona molto bene anche come truce viaggio iniziatico, in cui il peregrinare delle due ragazze dalla spiaggia alla cittadina di provincia, dalla strampalata comune al bosco, amplia di volta in volta un immaginario sovreccitato che con il continuo succedersi di ambienti liminari, stravolti all’occorrenza come a rappresentare il caos odierno, sembra poter passare dal demenziale al farsesco, al grottesco e finanche al tragico con incredibile facilità. Praticamente è uno stare sulle montagne russe, che da scene anche molto divertenti ti trascina senza soluzione di continuità verso eventi raccapriccianti, come il disvelarsi del versante orrorifico della setta o l’aggressione finale subita dalle protagoniste, quest’ultimo un vero pugno nello stomaco. In tutto ciò, all’interno di una factory indipendente che ha saputo muoversi con la giusta disinvoltura, oltre alla discreta vena dei due registi vi è un altro contributo tecnico/artistico che ci piace sottolineare, quello di Federico Giammattei: il suo apporto al mood talora ipnotico e in ogni caso sempre “disturbante” del lungometraggio s’è fatto valere sia nelle vesti di direttore della fotografia, sia per il prezioso contributo offerto alla colonna sonora.
Stefano Coccia









