The Sky over Kibera

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7.0 Awesome
  • VOTO 7,5

Riscattando l’Inferno

Tetti di lamiera ripresi dall’alto. Viottoli fangosi su cui si affacciano abitazioni e modestissimi empori. Più un nugolo di ragazzini curiosi, generosissimi, vivaci, che una troupe venuta dall’Italia ha coinvolto in un progetto pieno di sentimento, ma anche estremamente lucido nel tracciare determinate linee, quelle che per l’occasione hanno unito l’immaginario dantesco a una delle tante realtà difficili del Continente Nero. Parliamo di Kibera, popoloso slum della città di Nairobi, in Kenya, dove stando alle ultime statistiche vivono ammassate circa circa 2 milioni e mezzo di persone, generalmente povere e soggette a condizioni igieniche talvolta davvero critiche. Ma non è stato certo sensazionalismo o ipocrita senso di colpa a portar lì chi ha poi realizzato The Sky over Kibera. Semmai il desiderio di interagire positivamente con quella realtà. Ovvero costruire qualcosa insieme, valicando le supposte barriere culturali grazie al linguaggio comune dell’arte, determinato nella circostanza dall’irrefrenabile volontà di comunicare dei ragazzini coinvolti e dalle non meno suggestive potenzialità, che l’Inferno di Dante può esercitare a qualunque latitudine.

Presentato al Ravenna Nightmare 2020 all’interno di Showcase Emilia-Romagna, la sezione lanciata nel 2018 in collaborazione con la Regione Emilia-Romagna Film Commission che presenta pellicole popolari e di qualità prodotte nel territorio, il poetico mediometraggio di Marco Martinelli offre inoltre una testimonianza di come l’ibridazione dei diversi linguaggi, già avviata dal vulcanico autore teatrale in Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi, stia dando buoni frutti. Del resto a Ravenna il Teatro delle Albe, grazie alla grande intuizione di Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, ha già reso l’Inferno un appuntamento imprescindibile, in quanto esempio di un teatro che sa essere veicolo di cultura ma al contempo momento di aggregazione popolare, comunitaria.

Nel rapportarsi a una comunità così diversa, quella incontrata alla periferia di Nairobi, il regista ha avuto il coraggio di esportare l’opera dantesca e l’umiltà di raccogliere le reazioni e l’interpretazione della gente del posto. Facendosi magari guidare in territori sconosciuti da qualche “povero diavolo”. Con il vitalismo e le sonorità musicali dell’Africa ad accompagnare il viaggio di Dante e Virgilio, attraverso peccati che a volte sono quelli “classici”, a volte lo specchio di una modernità introdottasi malamente in quei (non)luoghi dall’identità incerta, precaria. E lo spettacolo, filmato con quasi pasoliniana immediatezza, diventa così una sorta di esorcismo collettivo. Perché anche certi Inferni in Terra possono rivelare più possibilità di riscatto e più umanità, di quanto si sia normalmente portati a immaginare.

Stefano Coccia

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