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The Last Viking

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VOTO: 7

Cosa significa essere diversi?

Nel mondo in cui viviamo, si sa, è sempre più frequente il voler etichettare le persone in base a loro consueti comportamenti, attitudini o personalità. Ma se, da un lato, il poter dare a tutti i costi un nome, un aggettivo o, più in generale, un giudizio può soddisfare in qualche modo quel bisogno di controllo insito in tutti noi, dall’altro tali etichettature denotano sovente superficialità. In tal senso, dunque, particolarmente interessante è il lungometraggio The Last Viking, ultima fatica del regista danese Anders Thomas Jensen, presentato in anteprima mondiale fuori concorso all’82° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Cosa ci ha raccontato per immagini Jensen in questo suo lavoro? Presto detto.
La storia messa in scena, dunque, è quella di due fratelli dall’infanzia difficile, ma che sono rimasti sempre molto legati l’un l’altro nel corso degli anni. Anker (impersonato da Nikolaj Lie Kaas) è appena uscito di galera per aver preso parte a una rapina. Uno dei suoi complici, tuttavia, continua a minacciarlo, chiedendogli di consegnargli la sua parte del bottino. Tale bottino, tuttavia, è stato nascosto in un luogo sconosciuto anche ad Anker da suo fratello Manfred (Mads Mikkelsen), affetto da un disturbo d’identità e che vuole a tutti i costi farsi chiamare John (come John Lennon). Riusciranno i due a cavarsela e a vivere finalmente sereni insieme alla loro sorella maggiore?

A una breve, veloce lettura della sinossi, potremmo pensare che questo The Last Viking sia una storia gangsteristica che, al contempo, ricorda anche il glorioso Rain Man per quanto riguarda le condizioni di Manfred/John e il rapporto tra i due fratelli. E invece no (o meglio, non solo). The Last Viking è, in realtà, una gustosa commedia atta a scardinare tutti i cliché riguardanti chi è, in un modo o nell’altro, considerato “diverso”, affrontando la questione dei disturbi mentali (e, nello specifico, dei disturbi d’identità) in modo apparentemente leggero ma ben più profondo di quanto inizialmente si possa pensare.
Al via, dunque, una serie di avventure/disavventure nella vecchia casa di famiglia di Anker e Manfred (dove dovrebbe trovarsi il bottino), ora trasformata in un b&b da una coppia dai numerosi problemi irrisolti. E se a tutto ciò aggiungiamo uno psichiatra desideroso di sperimentare nuovi metodi per curare il disturbo di Manfred, che per l’occasione decide di “far riunire” i Beatles, chiamando altri pazienti psichiatrici che nel frattempo credono di essere ognuno un altro membro della leggendaria band di Liverpool, ecco che questo The Last Viking si rivela immediatamente assai ricco e sfaccettato, forte anche di una struttura narrativa solida (con tanto di sottotrame ben inserite nel contesto) e che pecca soltanto, talvolta, di una certa prevedibilità.
Ad ogni modo, Anders Thomas Jensen ha saputo trattare con garbo e rispetto temi complessi, senza una facile compassione ed evitando una pericolosa retorica, ma trasmettendoci, al contrario, anche un importante messaggio: chi siamo noi realmente? Quante sfaccettature può avere la nostra personalità? E, soprattutto: in base a quali leggi una persona può essere considerata “diversa”?

Marina Pavido

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