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Il Maestro

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VOTO: 7.5

L’imperfezione va vissuta

Tennis come metafora della vita e viceversa. In questi tempi in cui tanti italiani stanno riscoprendo il piacere di seguire questo sport, incuriositi in un primo momento dal fatto che il numero uno al mondo sia un italiano, Jannik Sinner, per poi essere calamitati dall’osservare un gioco elegante, in cui si avverte sportività tra gli avversari e nelle manifestazioni dei tifosi (salvo le dovute eccezioni). Andrea Di Stefano aveva colpito (anche come impatto visivo) con L’ultima notte d’amore e con quest’ultimo lavoro, Il Maestro, presentato Fuori Concorso a Venezia82, lascia un segno anche sul piano emotivo.
La ‘nostra’ storia si svolge nel corso di un’estate alla fine degli anni Ottanta. Raul Gatti (incarnato ottimamente da Pierfrancesco Favino) fa una chiamata perché venga pubblicata un’inserzione sul giornale: colui che che vanta, tra gli altri, un ottavo di finale negli Internazionali d’Italia al Foro Italico si propone come insegnante per rendere un campione chi sarà suo allievo. Il suo savoir faire emerge da subito con le lusinghe rivolte alla signora dall’altro capo del telefono. Tutto ciò avviene nella clinica in cui l’uomo è ancora sotto osservazione, col dottore che lo invita a prendersi cura di sé. Parallelamente il tredicenne Felice Milella (Tiziano Menichelli bravo per la spontaneità che conferisce alle varie sfumature) ha ottenuto il suo trofeo estivo, ma non basta, in particolar modo per il padre Pietro (Giovanni Ludeno), che da ingegnere ha visto un potenziale in lui, allenandolo con concetti matematici e creando dei veri e propri manuali con disegni e regole, una su tutte stare in difesa. È proprio lui a ingaggiare Gatti affinché prepari il figlio nel migliore dei modi, seguendolo nelle tappe dei tornei estivi, passando così al livello professionistico. Inizia così un viaggio che è sempre simbolo di crescita, due età e vissuti che si incontrano. All’inizio Felice quasi studia Gatti, che sembra gigioneggiare anche con le donne per poi salvarsi in corner dicendo che lo stava mettendo alla prova. Con le prime partite nel circuito arrivano le sconfitte e il tredicenne deve fare i conti con suo padre (a cui deve rendere conto anche per l’investimento economico fatto) e con se stesso. Il maestro nella quotidianità non riesce a celare alcune fragilità anche al suo piccolo grande accompagnatore ed è proprio questo terreno di umanità ad unirli. Di Stefano e Ludovica Rampoldi (hanno curato la sceneggiatura), con la complicità di un cast ben calato nei rispettivi ruoli (tra gli altri Dora Romano, Valentina Bellè, Paolo Briguglia, Astrid Meloni, Roberto Zibetti) riescono a rendere una ‘piccola’ storia (che ha il suo fulcro nell’estate di un ragazzino col suo maestro di tennis) in qualcosa di universale, che arriva a toccare profondamente. Esistono questioni del rapporto padre-figlio o col punto di riferimento che in molti di noi sono ancora aperte così come non si resta indifferenti di fronte alla depressione di Gatti.
«Con Il Maestro ho voluto celebrare i mentori imperfetti, figure con passati dolorosi, ma ricche di cuore, capaci di aprirci gli occhi e cambiarci la vita. A tredici anni un maestro di tennis mi disse una frase che divenne la mia salvezza. Questa commedia all’italiana è il mio tentativo di rendergli omaggio».
Ogni filone (dal dramma alla commedia all’italiana al ‘romanzo’ di formazione in viaggio) si intreccia con grande spontaneità, anche con quello del film sportivo, in cui le scene girate sono veritiere. Favino/Gatti passa dall’essere tombeur de femmes al guardarsi (e guardarci) con quegli occhi profondi e smarriti (come se avessero perso la linea dell’orizzonte), provando il gusto del gioco. Nella sua idea di gioco bisogna attaccare, ma il punto sarà questo? Non è una ‘lotta’ tra ciò che ha insegnato il vero padre e quello che trasmette quello ‘in prestito’, ma la ricerca di un equilibrio e un elemento di forza de Il Maestro sta nel non virare verso soluzioni consolatorie.
«L’uomo dietro al giocatore dove sta?» da scoprirlo al cinema dal 13 novembre e chiedendoselo sempre essendo un interrogativo applicabile indipendentemente dalla professione.

Maria Lucia Tangorra

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