The Last Dance

0
9.0 Awesome
  • voto 9

I wanna be somebody

La storia la scrivono i vincitori”. La paternità di questo motto assai conosciuto e riconosciuto come profondamente vero è incerta. Si tratta probabilmente di una rielaborazione avvenuta nei secoli di varie massime dal: “Le bugie dei vincitori diventano storia, mentre quelle dei vinti vengono scoperte” di Aristotele al : “Vae victis!” del capo gallico Brenno. L’assunto è semplice: i vincitori, in quanto tali, acquisiscono il diritto di tramandare la loro versione dei fatti. L’assunto non viene smentito neanche nella settima arte ed è alla base dei dubbi circa la pretesa di obbiettività del genere documentario, soprattutto quando si tratta di storia e biografie. La mini-serie documentaria The Last Dance, co-produzione ESPN e Netflix, diretto dallo specialista Jason Hehir, incentrato sulla stagione ’97-’98 dei Chicago Bulls e sulla carriera del loro giocatore simbolo Michael Jordan, sembra confermarlo. Giudicando anche dalle tante reazioni contrastanti dalla sua pubblicazione sulla piattaforma. Il documentario traccia per tutti i dieci episodi un continuo parallelo tra gli inizi della carriera di Jordan, il suo sbarco a Chicago, la sua affermazione e l’ultima stagione per lui e per un gruppo inimitabile. Tuttavia non sembra essere lo sport il vero nucleo dell’opera, e forse nemmeno la biografia di colui che molti identificano come il goat (greatest of all times). Hehir sembra volerci soprattutto parlare dell’ambizione, di quella spinta al successo, all’affermazione personale che in molti identificano come il motore della società americana. Un’ambizione divorante quella di Jordan, che lo spinse a sacrificare tutto al basket. Un’attitudine che lo rese certo il migliore, ma lo rese anche solo, in perenne lotta con avversari e persino compagni di squadra. E in questo la serie è brutalmente sincera, non mancano interviste e video di repertorio dove si mette in evidenza la tendenza di Jordan a maltrattare gli avversari che si trovava ad affrontare, mettendo ogni incontro su di un piano personale solo per caricarsi e prevalere, a farne le spese nomi altisonanti come Magic Johnson, Clyde Drexler e gran parte del gotha NBA tra anni Ottanta e Novanta, ma anche illustri sconosciuti come Labradford Smith.
Ne esce il ritratto di un atleta straordinario ma prima ancora di un uomo con luci e ombre, dotato di una volontà granitica, che gli permise di superare un terribile infortunio ad inizio carriera, ma anche un insopportabile prepotente ego-riferito che vessava senza pietà i compagni che non riteneva all’altezza (Steve Kerr e Scotty Burrell due nomi su tutti). Eppure questo non scalfisce minimamente il fascino che la figura di Jordan esercita. Sì, Jordan era un prepotente ma perché ambiva essere il migliore e pretendeva dai compagni esattamente ciò che pretendeva da se stesso. Viene quindi da concedergli il diritto di comportarsi così. Se lo è guadagnato combattendo senza sosta, senza mai concedere quartiere ma senza mai chiederne e, parimenti, combattendo e vincendo su tutto e tutti si è anche guadagnato il diritto di raccontare la sua storia a modo suo.

Luca Bovio

Leave A Reply

4 + venti =