(Re)Visioni Clandestine #37: Jerusalem

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Jerusalem in August

Il regista Bille August, nato a Brede (Danimarca) il 9 novembre 1948, realizza film che la critica accoglie costantemente con forti riserve. Film ineccepibili nella messa in scena, ma sovente carenti a livello di scrittura, benché siano trasposizioni di opere letterarie stimate da critica e lettori. Anche sul fronte recitativo, per quanto i cast siano ricchi di ottimi attori, prevale la mediocrità. Sebbene ciò, August procede indefesso a firmare questi adattamenti cinematografici, ma non è più quell’autore che negli anni Novanta veniva beneficiato da premi festivalieri e successi di pubblico. Vincitore per ben due volte della Palma d’oro con Pelle erobreren (Pelle alla conquista del mondo, 1987) e Den goda viljan (Con le migliori intenzioni, 1992), che per inciso vennero ambedue contestate perché date troppo generosamente, realizzò successivamente le suntuose, quanto superficiali, trasposizioni di La casa de los espiritus (La casa degli spiriti, 1993), dall’omonimo romanzo di Isabel Allende, e Les misérables (I miserabili, 1998), dall’omonima opera di Victor Hugo. Tra questi due adattamenti lussuosi, accolti con sonore pernacchie dalla critica, ci sono Jerusalem (1996) e Smilla’s Sense of Snow (Il senso di Smilla per la neve, 1997), anch’esse desunte da romanzi di grande esito e allo stesso modo fragorosamente dileggiate.

Tra queste quattro pellicole, Jerusalem è quella da osservare attentamente, perché rappresenta una grande occasione filmica mancata, mettendo ben in rilievo i pochi e pregi e i molti limiti di August. Il film è tratto dell’omonimo romanzo della scrittrice Selma Lagerlöf (1858-1940), insignita con il Nobel nel 1909 (prima donna a vincerlo), che aveva seguito, come fosse una documentarista, le vicende da cui trasse spunto. Il testo, pubblicato in due parti tra il 1901 e il 1902, è un poderoso affresco di una piccola comunità svedese della seconda metà dell’Ottocento, nella quale un ampio gruppo di abitanti abbandonò le proprie radici per seguire una setta religiosa che costruì a Gerusalemme la propria confraternita, in attesa della venuta del Signore. L’asse portante di questa storia è la rispettata famiglia Imgarsson, rappresentata prima dal grande e saggio Ingmar e poi dal tenace figlio Ingmar. Il romanzo della Lagerlöf ebbe anche quattro adattamenti: Ingmarsönnerna (I figli di Ingmar, 1919) e Karin Ingmarsdotter (Karin, figlia di Ingmar, 1920), ambedue diretti da Victor Sjöström; Ingmarsarvet (1925) e Till Österland (1926), entrambi di Gustaf Molander. La trasposizione fatta da Bille August, che scrisse da solo l’adattamento, è una condensazione, poco sotto le tre ore, dello stratificato romanzo. Un mediocre arrangiamento cinematografico che sfoltisce la densa narrazione, trattenendo solamente qualche sequenza degna di un kolossal (una manciata di scene di massa) e quei momenti di facili emozioni lacrimevoli. In poche parole, un’illustrazione banale che si allinea con gli spicci aggiustamenti già attuati con La casa degli spiriti e con il successivo I miserabili. Ma Jerusalem, eliminando i taglienti giudizi sugli abbondanti difetti di trasposizione, si rivela essere un altro tassello familiare scelto da August per ampliare la sua opera. La famiglia è il filo conduttore che unisce le sue pellicole sin dall’esordio, tratteggiando differenti nuclei familiari ma sempre tendenti alla tragedia.
Detto ciò, bisogna almeno dare atto a Bille August di due lodevoli iniziative: aver “rispolverato” un romanzo notevole; e di aver scelto un cast di veri attori svedesi – purtroppo diretti piattamente – in cui spiccano Pernilla August (al suo ultimo film con il marito) e in un cameo, in pratica inutile, Max Von Sydow.

Roberto Baldassarre

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