The Hollars

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Una famiglia come parecchie altre

Per l’opera seconda dietro la macchina da presa, cioè The Hollars, l’attore/regista John Krasinski ha voluto giocare sul velluto, realizzando un film già visto e perciò sperimentato decine di volte. Da citare, giusto per fare qualche titolo, il cult Elizabethtown (2005) di Cameron Crowe oppure il meno riuscito ma interessante La mia vita a Garden State (2004) di Zach Braff. La malattia di un genitore, il ritorno del figliol prodigo alla vita di provincia dalla metropoli, il riaffiorare dei ricordi e l’emersione di nuove problematiche e incomprensioni. Ma pure, c’era da esserne ragionevolmente sicuri, dell’indissolubilità degli affetti famigliari. Insomma il tipico film dall’aria “indie” girato con formula fissa per ingraziarsi il pubblico pagante. Ci sarebbe però da dire che la ricetta, pur cucinata in molteplici occasioni, funzionerebbe benone qualora fosse arricchita con qualche ingrediente originale. Aspetto, quest’ultimo, che il Krasinski regista immette con calcolatissima moderazione. Decisamente troppa per rendere The Hollars – ovviamente il titolo si riferisce al cognome della famiglia protagonista – il piccolo oggetto di culto a cui magari avrebbe voluto ambire; ma abbastanza per ottenere il gradimento incondizionato di un pubblico che al cinema chiede sorrisi in quantità e qualche isolato spunto di riflessione con cui tornare a casa per pensarci sopra.
Va da sé, comunque, che The Hollars rientra a pieno titolo nella classica commedia di caratteri, ben supportati da un cast di bravi o addirittura ottimi attori capaci di fornire credibilità ad uno script – opera di Jim Strouse, specializzato in sceneggiature intimiste quali il gradevole Lonesome Jim (2005) di Steve Buscemi o il deprimente Grace Is Gone (2007), da lui anche diretto – sin troppo ruffiano nella propria volontà di piacere, come detto poc’anzi, a quanti più spettatori possibile. A tal proposito si segnala in primo luogo la presenza dell’ottima Margo Martindale, ad impersonare la mamma cui viene diagnosticato, più o meno improvvisamente, un tumore al cervello. L’intero lungometraggio gira attorno a lei, autentico motore narrativo come sempre più spesso capita nel cinema americano che pare finalmente aver compreso l’importanza di ruoli femminili anche di età non più verdissima. Tendenza questa del “female power” rafforzata anche dall’apporto alla causa che fornisce il personaggio interpretato da Anna Kendrick, nella parte della fidanzata incinta di Krasinski.
Per il resto lo stesso Krasinski – bietolone all american  che qualcuno ricorderà come antagonista di Matt Damon in Promised Land (2012) di Gus Van Sant – innesta il pilota automatico ragionando in modo tanto innocuo quanto ameno su elaborazione (originale, bisogna dirlo…) del lutto e cicli esistenziali sospesi tra vita e morte che si susseguono e rincorrono, tanto per condire di una qualche ambizione un insieme narrativo che appare assai più teso alla “captatio benevolentiae” del pubblico che non ad una sincerità meno ruffiana che avrebbe, con tutta probabilità, sensibilmente innalzato la qualità del film. Ci si prepari allora a sorridere di – e non insieme a – personaggi divertenti e malinconici come il marito/padre Richard Jenkins dalla lacrima facile, oppure a simpatici quadretti tipo un funerale con parto gemellare a seguire davvero non molto frequente a vedersi. Peccato che sul tutto aleggi una palpabile aura di programmaticità che rende The Hollars un po’ fasullo come l’imitazione di un quadro famoso: all’inizio la si guarda con curiosità e un certo stupore, quindi ci si rende conto che il suo valore è limitato alla mera soddisfazione dell’occhio. E infatti anche The Hollars, collocato nella selezione ufficiale della kermesse romana, potrebbe fungere da perfetto paradigma di un’accattivante mediocrità che pare aver investito buona parte delle opere presenti alla Festa del Cinema di Roma nell’edizione 2016. Forse chi le ha visionate e selezionate si è un po’ troppo immedesimato in coloro che siedono dall’altra parte dello schermo.

Daniele De Angelis

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