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The Holdovers – Lezioni di vita

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VOTO: 8.5

Persone su cui contare

C’è la trama. O meglio – come spesso accade nel cinema di Alexander Payne – una situazione di partenza da cui scaturiscono una serie di dinamiche consequenziali. Un’ambientazione accuratamente descritta, albori degli anni settanta in una scuola superiore per ragazzi di famiglia agiata confinata in un’isoletta del New England. Soprattutto ci sono i personaggi. I cui rapporti in evoluzione nel corso del film rappresentano il cuore pulsante dello stesso. Anche questo elemento affatto nuovo nella poetica di Payne.
Dopo il mezzo passo falso di Downsizing (2017), spunto geniale ma svolgimento a dir poco difficoltoso, con The Holdovers – Lezioni di vita Payne ritrova il suo passo migliore, quello capace di coniugare sottile critica sociale ed acuta analisi dei rapporti umani. Il tutto inserito in una cornice perfettamente abile nel ricreare un’epoca lontana solo in apparenza poiché densa di riverberi su un passato più prossimo nonché sull’attuale presente.
Paul Hunham (uno strepitoso, memorabile, Paul Giamatti) insegna letteratura classica e storia antica alla Barton Academy, high school elitaria di cui si accennava poc’anzi. Ironico e sferzante con gli studenti è da essi inviso anche per i modi bruschi. Durante le festività natalizie e di fine anno Hunham si offre di restare a scuola, a “badare” a quegli studenti non rientrati, per svariate ragioni, nell’alveo famigliare. Alla fine ne rimane solamente uno, Angus Tully (eccellente performance dell’esordiente Dominic Sessa), indisciplinato e dallo spirito ribelle. Con loro la capo cuoca Mary Lamb (Da’Vine Joy Randolph), prostrata dal lutto della perdita dell’unico figlio in Vietnam, e un addetto alle pulizie, Danny (Naheem Garcia), entrambi afroamericani. Ultime ruote del carro in un’ipotetica scala gerarchica dalla struttura quantomai rigida.
Con il prezioso supporto di una brillante sceneggiatura a firma David Hemingson, aderente in modo totale al modus operandi del regista di Nebraska (2013), Payne imbastisce il consueto road-movie fisico ed esistenziale, la cui meta del viaggio è la scoperta di se stessi oltre che dell’altro. Due solitudini – quelle del professore e dello studente – che si incrociano, si guardano, si studiano con sospetto, si conoscono nel significato più ampio del termine. E perciò crescono, aprendo l’orizzonte a nuove prospettive. E se la teoria vale a maggior ragione per il giovane Angus, anche Hunham manifesta l’intenzione di liberarsi dalle sicurezze della gabbia dorata da lui costruita all’interno della Burton, luogo dove ha inizialmente studiato per poi passare all’insegnamento da adulto. The Holdovers (letteralmente “Quelli che restano”) non si limita affatto a riproporre con assoluta fedeltà gli stilemi di un cinema glorioso ma ormai appartenente al passato, tutt’altro. Lo esplicita per smontarlo al fine di renderlo ancora più vivo e attuale, riuscendo a portare a nuova luce quelli che, in altre mani, sarebbero facilmente potuti divenire sterili cliché. L’edonismo alle porte – gli anni ottanta si avvicinano, negli Stati Uniti – di famiglie ricche che trascurano persone brillanti o svantaggiate appartenenti ad esse, privilegiando l’effimero godimento. Il Vietnam dove trovano la morte le minoranze sociali, che non hanno possibilità di scelta tra intraprendere una qualsiasi carriera oppure arruolarsi con gli inevitabili rischi causa conflitto in corso. I “disadattati” dunque si ritrovano e formano una famiglia diversamente costituita, e tuttavia in grado, grazie all’unità di intenti, di dar vita a sviluppi positivi. Anche a costo del sacrificio personale, ove necessario.
Sottotesti che rendono The Holdovers un’opera contemporaneamente capace di riscaldare i cuori, senza mai scadere nel melodramma acchiappa consensi, e stimolare le menti alla riflessione. In questo senso nessuna lezione di vita, come aggiunto dalla sin troppo solerte titolazione italiana. Solo l’esistenza osservata nel suo fluire, fattore che sempre conduce all’inevitabile crescita attraverso il confronto. Anche verso coloro che sembrano sideralmente lontani riguardo carattere e personalità. Il grande merito di Alexander Payne, nelle sue opere migliori (cioè quasi tutte), è sempre quello di lasciar decantare tra le righe della propria abilità di storyteller concetti che si sedimentano negli animi degli spettatori ben oltre la semplice visione. Un cinema di qualità che intrattiene senza per questo precludersi l’aspetto autenticamente speculativo. Merce davvero rara al giorno d’oggi, dove troppo spesso viene a mancare l’indispensabile requisito della sincerità.

Daniele De Angelis

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