The Handsome in the Mirror

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8.0 Awesome
  • VOTO 8

Doppio molesto

Il cinema norvegese, vedi l’esempio a dir poco virtuoso offerto da Bent Hamer, ci ha abituato in tempi recenti ad indagini minuziose e penetranti, nelle crepe di quel mondo scandinavo così ordinato, pulito, geometrico, che può al contrario nascondere falle clamorose e preoccupanti zone d’ombra. Volendo restare in scia al cineasta appena menzionato, pellicole assai ispirate come Eggs (1995), Kitchen Stories – Racconti di cucina (2003), Il mondo di Horten (2007) e 1001 Grams (2014) hanno sostanzialmente aperto la strada a una determinata modalità narrativa, tesa proprio a scardinare certezze e abitudini.
Senza contare poi quell’aspetto cupo, noir, presente anch’esso nel DNA di una filmografia nordica, il cui rapporto con certi generi cinematografici si è fatto strada facendo più intenso.

Tali credenziali risplendono tutte quante, magnificamente, nel corto da noi intercettato durante la sedicesima edizione di ÉCU – Il Festival del Cinema Indipendente Europeo, ovvero The Handsome in the Mirror di Egil Pedersen. Il cineasta norvegese, cui si deve negli ultimi anni un discreto numero di cortometraggi, di videoclip e di documentari alquanto snelli nel minutaggio, ha dimostrato anche qui di possedere doti notevoli, sulla breve durata. In altre parole: l’ambito dono della sintesi.
Ad essere esplorato con tanta incisività è, nella circostanza, il classico tema del doppio. Nelle scene iniziali viene illustrata la quotidianità del protagonista. Poche emblematiche inquadrature, dalle quali trapela la maniacale cura dell’ordine, della pulizia, delle posate disposte simmetricamente nei cassetti. Qualche surreale imprevisto, però, mina già l’apparente armonia dell’insieme. Fino all’incontro del protagonista, sguardo sempre spiritato, col suo doppio allo specchio, una presenza che si farà via via più beffarda e invadente…
Egil Pedersen, responsabile anche dei parsimoniosi ma oltremodo significativi ed efficaci effetti visivi, ha senz’altro il merito di esplorare il perturbante cinematografico con glaciale ironia, giocando sulle sottili alterazioni della dimensione quotidiana in modo da far deflagrare prima l’interazione con il controllatissimo spazio domestico, poi la stessa sicurezza interiore dell’enigmatico personaggio da lui introdotto in scena. Ciò che ne risulta è una destabilizzazione profonda, rappresentata attraverso uno stile tanto asciutto quanto elegantemente sulfureo.

Stefano Coccia

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