The Canal

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8.0 Awesome
  • voto 8

Gli spettri dell’anima

Who wants to see ghosts? Who wants to see some ghosts?”: in questa domanda posta dall’archivista cinematografico David (efficacissimo Rupert Evans) a una platea di giovani studenti indisciplinati nella scena d’apertura di The Canal, si racchiude una sorta di rassegnato malessere sullo stato di salute dell’horror ai giorni nostri. Il quesito zittisce i giovani, ossia i principali consumatori di ciò che il genere propina da qualche anno a questa parte, poco interessati alle pellicole d’epoca che il ricercatore, insieme alla collega Claire (Antonia Campbell-Hughes), sta per mostrare loro. Il fantasma, dunque l’effetto facile, lo spavento istantaneo, cattura subito l’attenzione: ma la successiva affermazione del protagonista, riguardo al fatto che “tutte le persone che vedrete in queste sequenze sono ormai morte, quindi sono come spettri”, causa espressioni deluse e tediate. L’amore per la celluloide, ciò che spinge David a lavorare all’Archivio Nazionale Cinematografico, una passione che tenta di trasmettere senza troppo successo. Il primo inciampo dunque, di un personaggio atipico nello scenario orrorifico contemporaneo: un uomo, sposato e con un bambino, Billy (Callum Heath), la cui caratteristica principale è la fragilità d’animo, causata dal totale crollo delle certezze.
The Canal è il quinto lungometraggio dell’irlandese Ivan Kavanagh, che dopo il pregevole dramma The Solution (2007), compie la sua prima incursione nell’horror, genere che lo appassiona, con Tin Can Man (2007), film sconosciuto qui da noi, e per contro assai acclamato dalla critica al di fuori dei nostri confini. Un piccolo gioiello invisibile, a cui seguono altri due buoni dramas, Our Wonderful Home (2007) e The Fading Light (2008). Ora, Kavanagh torna all’orrorifico con questa pellicola peculiare e sfaccettata, presentata al Torino Film Festival 2014 nella sezione After Hours. Il plot parte da uno spunto semplice, lineare, per articolarsi verso strade introspettive e allucinatorie: David vive con moglie e figlio in una casa vicino a un canale, acquistata qualche anno prima, dunque la classica tematica della “dimora dei sogni” che si trasforma in un incubo angoscioso. Visionando alcuni filmati dei primi del ‘900, l’uomo scopre che proprio in quel luogo si consumò un massacro, ad opera del capofamiglia, il cui movente era la gelosia. Una pulsione primaria, insieme a un punto di partenza che è tra gli stilemi orrorifici per eccellenza; l’abilità di Kavanagh risiede nel saper deviare da sentieri troppo noti, inserendo elementi drammatici e, ciò che è più importante, approfondendo la psicologia dei personaggi – David su tutti –  elemento troppo trascurato in quel cinema di finta paura di cui si nutrono i multiplex affollati.  Parallelamente alla presa di coscienza di abitare in un luogo che è stato teatro di un fatto di sangue, David inizia a sospettare che la moglie lo tradisca, dubbio che diventa realtà lancinante: è proprio in questo momento, dunque in seguito a una ferita emotiva, che il personaggio inizia una personale discesa agli inferi, perseguitato dallo spettro del killer che uccise la propria moglie molti anni prima. Ciò che David vede può appartenere al sovrannaturale ma anche essere frutto di un delirio, dunque rientrare nella sfera dell’allucinazione: il regista – anche autore dello script – lascia lo spettatore nell’incertezza, così come permane il dubbio riguardo alla colpevolezza del protagonista in merito alla sparizione della consorte. Il detective McNamara (ottimo come sempre James Oram) è la sua paura reale, in carne ed ossa, in quanto accusatorio verso David, convinto della sua responsabilità nei fatti.
The Canal ci presenta dunque una dinamica di coppia che devia dai canoni del genere, secondo i quali la donna riveste spesso un ruolo debole: la moglie di David è colei che lo ferisce, rendendolo sempre più fragile e in balia delle proprie visioni. La fisicità di Rupert Evans, dal volto bello e con tratti ingenui, corrisponde perfettamente all’interiorità dell’uomo che rappresenta, contrapposta – in modo quasi manicheo – a quella del killer dei primi del ‘900, uomo grezzo e maniacalmente violento.
La casa non è l’unico locus degli incubi: altrettanto importante è un sinistro e lercio bagno pubblico, lungo il canale, che David nota in quanto il piccolo Billy gli racconta che i suoi compagni di scuola lo descrivono come “infestato dai fantasmi”: la cupa e inquietante latrina diverrà specchio della dimensione parallela oscura del protagonista, l’unità-luogo in cui egli sarà più che mai preda delle proprie allucinazioni.
Nel finale, il cerchio pare chiudersi, ma la sensazione di spiazzamento resta: un film dunque che riesce a spiccare sia per un’ottima costruzione narrativa che per un visivo che è metafora del tormento del main character: la fotografia a toni accesi, realizzata da Piers McGrail, rende perfettamente l’atmosfera sospesa tra reale e forse-non-reale, con alcuni richiami lynchiani. A completare l’opera, l’ottimo montaggio firmato da Robin Hill (Kill List di Ben Wheatley, 2011) e un lavoro sul suono – col suggestivo score di Ceri Torjussen – che rende ancora più pregno d’angoscia il quadro generale.
The Canal si discosta dai soliti patterns dell’horror, scegliendo soluzioni non banali e forte di una realizzazione assai al di sopra della media. Da recuperare.

Chiara Pani

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