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The Brutalist

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VOTO: 9

American Nightmare

Il cinema si sa essere anche l’Arte della mistificazione che consente a chi decide di servirsene, con astuzia e sottigliezza di argomentazioni, di alterare o manipolare la verità a proprio piacimento al punto da far passare agli occhi dello spettatore che ciò al quale sta assistendo è realmente accaduto, o che il personaggio protagonista della storia di turno sia esistito al di fuori dello schermo. Il caso di The Brutalist, il nuovo film di Brady Corbet in arrivo nelle sale il 6 febbraio 2025 con Universal Pictures dopo la vittoria del Leone d’Argento per la migliore regia all’81esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è la prova tangibile di tale potere. Potere, questo, che il regista statunitense, qui al suo terzo lungometraggio dopo L’infanzia di un capo (2015) e Vox Lux (2018), ha dimostrato di sapere esercitare alla perfezione facendo credere, attraverso l’utilizzo sapiente di notevolissimi “giochi di prestidigitazione” narrativi, drammaturgici e tecnici, realizzati con la complicità in fase di scrittura della moglie Mona Fastvold, oltre che della crew e del cast a disposizione in quella di messa in quadro e finalizzazione, che il tutto non fosse solamente il frutto degno di nota di un processo creativo nato da basi immaginifiche.
Ecco allora che per l’intera durata (215 minuti) di questa grande epopea americana, realizzata a basso costo in Europa, senza il sostegno degli Studios, per il quale Corbet ha impiegato sette anni per ottenere i finanziamenti necessari a realizzarlo, il pubblico arrivi a pensare che il protagonista, il coro greco che popola la storia e la vicenda stessa, sia tutto maledettamente vero. C’è tutto e il contrario di tutto per cadere nel tranello, compreso un epilogo fake in stile mockumentary che mostra il personaggio principale invecchiato durante una celebrazione in suo onore alla Biennale Architettura del 1980, per alimentare la convinzione via via sempre più concreta di trovarsi al cospetto di un biopic che racconta trent’anni di vita dell’ebreo ungherese László Tóth, architetto visionario della scuola di Bauhaus, appartenente alla corrente brutalista, scampato a Buchenwald ed emigrato negli Stati Uniti nel 1947. Oltreoceano assaggerà il sapore inebriante e illusorio dell’american dream, con l’obiettivo di ricostruire la sua vita, il suo lavoro e il suo matrimonio con la moglie Erzsébet, dopo essere stati separati durante la guerra a causa di confini mutevoli e regimi oppressivi. Qui, dopo anni difficili e di stenti, attirerà finalmente l’attenzione di un ricco mecenate, Harrison Lee Van Buren, che gli commissiona un ambizioso progetto architettonico.
Ed è la lunghissima, complicata ed estenuante costruzione di quest’opera che accompagnerà e scandirà le tappe dell’esistenza del protagonista e quelle dell’arco narrativo di The Brutalist, un finto romanzo biografico in due macro-capitoli, ai quali si vanno ad aggiungere un prologo e il già citato epilogo, in grado di mantenere salda l’attenzione del pubblico dal primo all’ultimo fotogramma utile. Basterà al termine della visione googlare il nome della figura in oggetto per venire a conoscenza dell’amara verità. Il motore di ricerca partorirà immediatamente dei nomi di omonimi, a cominciare da quello dell’operaio e criminale ungherese naturalizzato australiano divenuto noto per aver vandalizzato la Pietà di Michelangelo, nella Basilica di San Pietro il 21 maggio 1972, o quello del famoso cestista oro con la nazionale magiara agli europei del 1955, ma del László Tóth del film del regista di Scottsdale nessunissima traccia. La verità è che non è mai esistito e bisogna farsene una ragione, con tale scoperta che spezzerà una volta per tutte l’incantesimo, facendo crollare il castello di sabbia e illusioni magnificamente eretto dagli autori dello script.
Se siamo stati “vittime” del machiavellico raggiro è perché questo è stato pensato e concepito con estrema destrezza. Innanzitutto il titolo del film deriva dalla corrente architettonica del brutalismo, di cui il protagonista ne è un esponente: uno stile risalente alla seconda metà del Novecento che all’estetica delle cose ne preferisce la struttura. E già qui il primo trabocchetto. Ci sono poi le fonti letterarie e saggistiche dalle quali la scrittura ha potuto attingere, ossia “La fonte meravigliosa” di Ayn Rand (dal quale King Vidor ha tratto nel 1949 il suo The Fountainhead) e “Architecture in Uniform: Designing and Building for the Second World War” di Jean-Louis Cohen, che hanno ulteriormente stratificato, informato e dato spessore al plot. A queste vanno ad aggiungersi anche gli scritti di Winfried Sebald e Vidiadhar Surajprasad Naipaul, che esplorano specifici avvenimenti e periodi storici attraverso la biografia di personaggi immaginari, proprio come avviene in The Brutalist. E infine l’identikit assolutamente credibile e veritiero intorno al quale è stato configurato il personaggio. Numerosi indizi lasciano intendere che forse costui sia ispirato alla figura di Marcel Breuer, designer e architetto di fama internazionale. Breuer ha infatti numerosi punti in comune con Tóth: ha studiato al Bauhaus, è ungherese, è brutalista, realizza anche lui sedie e mobili in tubolari d’acciaio e come lui si è trasferito negli USA dove realizzerà il celebre Armstrong Rubber Building in quel di New Haven. A confermare questa ipotesi ci penserà poi il regista che ha affermato di essersi ispirato agli architetti Louis Kahn, Paul Rudolph e a Breuer appunto per disegnare il profilo del personaggio principale e delineare il suo background.
La scoperta al netto di tutto non cancellerà però in nessun modo quelli che sono i meriti del film, semmai ce lo farà vedere con occhi diversi. Occhi che comunque continueranno a brillare al ricordo di una visione che lascia in un modo o nell’altro il segno. The Brutalist è un’opera monumentale tanto per la sua architettura narrativa e drammaturgica che per la sua durata fiume che supera ampiamente la soglia delle tre ore, oltre che per lo sforzo produttivo e tecnico necessario per portarlo a termine, che trasuda dall’imponenza e dalla potenza impattante delle immagini. Motivo per cui consigliamo vivamente ove possibile la fruizione nel formato originale in 70mm per vivere a pieno quella che è anche un’esperienza filmica, avvolgente e trascinante. Il timing, che sulla carta potrebbe spaventare il possibile fruitore, non rappresenta un ostacolo, poiché il racconto mantiene un ritmo serrato nella narrazione degli eventi e si concentra sull’esplorazione della complessa psicologia del protagonista. Quest’ultimo viene preso in consegna da un Adrien Brody in stato di grazia, che con una performance intensa, partecipe ed emotivamente coinvolgente, riporta la mente a quella di Władysław Szpilman ne Il pianista, con la quale si è aggiudicato un meritatissimo Oscar, che speriamo vivamente l’attore newyorchese possa bissare con quella di The Brutalist.

Francesco Del Grosso

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