Una vendetta dolce come il miele
La vendetta si sa è un piatto che va servito freddo, ma se a compierla è un “apicoltore” interpretato da Jason Statham può diventare calda e dolce come il miele. Chi vedrà a partire dall’11 gennaio 2024 The Beekeeper, la nuova fatica dietro la macchina da presa di David Ayer con protagonista il granitico attore britannico, coglierà immediatamente il senso della battuta con la quale abbiano aperto la recensione. Tuttavia c’è davvero poco da ridere visto che il cineasta americano e lo sceneggiatore Kurt Wimmer sembrano avere preso la cosa molto seriamente, dirigendo il primo e scrivendo il secondo un film che poggia le proprie fondamenta narrative e drammaturgiche su una storia e delle argomentazioni dal peso specifico decisamente rilevante.
Il plot infatti parte da un interessante parallelismo tra l’apicoltura e la civiltà, che secondo studi e testimonianze storiche pare siano nate entrambe più di dieci mila anni fa e per una ragione molto semplice: senza api non c’è agricoltura e senza agricoltura non c’è civiltà. Le api sono essenziali per la vita e l’apicoltura è essenziale per le api. Così come ape regina, ape operaia e fuco coesistono e prosperano in un alveare ben curato, le persone prosperano in una società legale e giusta. Ma, quando il sistema vacilla a causa della corruzione e dell’avidità umana, c’è sempre bisogno di un beekeeper come Statham, soprattutto quando le vittime sono le persone più anziane, perché spesso sono vedove, sole, indifese e non hanno mai modo di recuperare ciò che perdono o gli viene sottratto. Lo sfruttamento crudele dei più deboli e vulnerabili come loro per mano di individui senza scrupoli necessita proprio di un giustiziere come lui, un eroe in grado di proteggere la società come un apicoltore protegge il suo alveare. Una sorta di fantasma che appare dal nulla per ripristinare l’equilibrio quando viene meno. Ed è da questi più che nobili intenti che nasce la figura di Adam Clay, un moderno “cavaliere”, un po’ Robin Hood e un po’ giustiziere della notte, che corre in soccorso di chi ne ha veramente bisogno, in questo caso le vittime delle frodi informatiche. Frodi che diventano una vera e propria emergenza nazionale. A quel punto Clay, un agente in pensione super addestrato di un’organizzazione segreta, intraprende per conto suo un’azione dopo aver scoperto una cospirazione tra le alte fila del governo e ricorre a tutte per sue risorse per fare giustizia.
Il tutto lo ritroviamo in un action che strada facendo si veste da revenge movie, con un protagonista il cui tratto distintivo è quello di non essere il classico uomo che va in giro armato. Piuttosto ama le buone vecchie maniere, preferendo alle armi da fuoco combinazioni letali di calci e pugni. Manda infatti quasi tutti gli avversari che gli si pongono davanti senza sparare nemmeno un colpo, o meglio ricorre ai proiettili ed esplosivi solo quando strettamente necessario. Viene da sé che in The Beekeeper a contare sono in primis i fatti e non le parole. Come in ogni action senza fronzoli che si rispetti la componente dinamica e fisica prende il sopravvento su tutto, trasformandosi nel motore portante dell’operazione e lasciando a un’infilata di battute goliardiche e spaccone il compito di rincarare la dose in attesa dell’ennesimo combattimento. Sulla timeline si susseguono a intervalli regolari copri a corpi che vedono l’indistruttibile di turno fronteggiare da solo, nei luoghi più disparati (da un fienile a un distributore di benzina, da un call center alla residenza di un presidente degli Stati Uniti), il più delle volte a mani nude orde di nemici armati fino ai denti, avendo ovviamente tutte le volte la vinta. Insomma il tradizionale menù offerto dal genere in questione, che sia Ayer (salvo rare eccezioni come End of Watch – Tolleranza zero o Fury) che Statham sono soliti proporre agli appassionati.
Insomma niente di significativo da registrare in termini di scrittura, con una narrazione ridotta ai minimi storici e dei personaggi bidimensionali e stereotipati che sembrano delle pedine di un videogioco. Ma se il divertimento senza impegno, vuoto e sterile, è l’obiettivo da raggiungere, allora non occorre dire altro se non che è l’adrenalina a comandare. Questa non vienemai meno, somministrata ad ampie dosi nelle vene dello spettatore attraverso le tante scene d’azione portate sullo schermo dal regista americano, che si sa essere un esperto del settore (suoi tra gli altri Sabotage, Suicide Squad e Bright). Scene che sono sempre discutibili dal punto di vista della credibilità, ma anche questo fa parte delle regole d’ingaggio non scritte del genere in questione. Quella alla quale assistiamo è in definitiva azione e violenza fine a se stessa, votata alla causa dell’intrattenimento a buon mercato, che depotenzializza e sminuisce contenuti sulla carta rilevanti (vedi il suddetto parallelismo tra la civiltà e l’apicoltura oppure il tema sempre più attuale della piaga delle frodi informatiche e delle falle nella sicurezza nazionale) a favore di scopi prettamente ludici e spettacolari.
Francesco Del Grosso









