Steel Rain

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

Un ideale lieto fine

20 Years of Freedom. 20 Years of Fun” – “20 Anni di Libertà. 20 Anni di Divertimento”. Così recita lo slogan di questa 20° edizione del Far East Film Festival. E, dunque, a proposito di libertà, non poteva non essere un tema spinoso come quello della scissione tra Corea del Nord e Corea del Sud a essere scelto come apertura di questa edizione. Un tema che, negli ultimi anni, ha dato modo a molti cineasti di trarre ispirazione per i propri lavori e che, anche qui al Far East, ha avuto spesso modo di fare la sua comparsata sul grande schermo. Per non parlare di uno degli ultimi lavori del celebre Kim Ki-duk, Il prigioniero coreano, dove, dando vita a una situazione ai limiti del surreale, viene denunciata questa difficile condizione di uno stato diviso in due. E in occasione di questa ventesima edizione del Far East, dunque, è stato scelto come film d’apertura il lungometraggio Steel Rain, del cineasta sudcoreano Yang Woo-seok.
La storia qui messa in scena, nella sua drammaticità, ha anche dei toni da commedia e a tratti favolistici. È la storia, questa, di Um Cheol-woo – stimato agente nordcoreano con l’ordine di recarsi nella zona economica speciale di Kaesong – al confine con la Corea del Sud – al fine di assassinare due uomini che rappresentano una grossa minaccia per la sicurezza nazionale, e di Kwak Cheol-woo, diplomatico sudcoreano. I due uomini avranno modo di incontrarsi in Corea del Sud, dove Um Cheol-woo porterà il leader nordcoreano (indicato con il nome Numero 1), al fine di salvarlo da un attentato. Uniti dallo stesso intento di evitare in ogni modo il conflitto, i due uomini diventeranno presto inaspettatamente amici.
Se si pensa, dunque, al sopracitato lungometraggio di Kim Ki-duk, ecco che questo Steel Rain ci appare praticamente quasi il suo opposto. Asciutto e con una buona dose di cinismo l’uno, straordinariamente “barocco” e dai toni decisamente mainstream – e a tratti addirittura buonisti – l’altro. Ed è proprio questo taglio che il regista Yang Woo-seok ha scelto, a rappresentare una delle (non poche) pecche del prodotto in questione. Malgrado le indubbiamente buone intenzioni iniziali, malgrado il lieto fine che si è voluto a tutti i costi mettere in scena, Steel Rain risulta inevitabilmente un lavoro spesso forzato, a tratti poco credibile, che vede soprattutto nello script parecchi buchi o elementi mal sviluppati. Al di là, infatti, della parte centrale dell’intero lungometraggio che risulta oltremodo sfilacciata e spesso ridondante, vi sono elementi dall’elevato potenziale qualitativo che, purtroppo, non vengono sfruttati o sviluppati a dovere. Questo è, ad esempio, il caso degli stessi protagonisti (impersonati entrambi da due bravi interpreti, tra l’altro), dal momento che nessuno dei due è stato approfondito come meritava, malgrado le buone premesse.
Stesso discorso si potrebbe fare, ad esempio, anche per quanto riguarda la realizzazione in sé, dove, di fianco a ben riuscite scene di combattimenti, vi sono effetti in digitale che risultano pericolosamente posticci – vedi le numerose esplosioni rappresentate – dando l’impressione che il tutto sia stato realizzato in modo frettoloso e preoccupandosi eccessivamente di piacere a tutti i costi anche a un pubblico “occidentale”.
Peccato. Se si pensa, appunto, alle buone intenzioni di chi ci ha lavorato, Steel Rain avrebbe potuto essere molto, ma molto di più. E in apertura di una manifestazione importante come il Far East Film Festival si è rivelato quasi una delusione. Ma, si sa, queste sono cose che capitano. Di certo all’interno di questa vasta selezione di pellicole ci saranno comunque parecchie belle sorprese.

Marina Pavido

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