Spaccapietre

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

Sulle tracce del caporalato

Unico film italiano in concorso alle Giornate degli Autori, Spaccapietre rappresenta inoltre un gradito ritorno: quello di Gianluca e Massimiliano De Serio, gemelli torinesi al cui modo di fare cinema guardiamo con interesse da tempo. Il loro sguardo si è del resto formato attraverso una lunga serie di corti e documentari. Sono passati diversi anni, invece, dal loro lungometraggio d’esordio, quel Sette opere di misericordia selezionato a suo tempo sia a Locarno che al Festival di Torino.
Esistenze spinte ai margini della società e sguardi obliqui su realtà degradate, sostrato pressoché inamovibile della loro spigolosa, urticante filmografia, sono elementi che assieme alla notevole cura formale si possono nuovamente apprezzare in Spaccapietre, presentato come dicevamo poc’anzi alla 77ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Vi è comunque un forte, sincero afflato umanista, in questa come in altre opere girate dai De Serio. Il caporalato e lo sfruttamento selvaggio della manodopera nei campi sono tematiche dure, rappresentative di un’Italia che annaspa sotto mille contraddizioni, ma l’approccio dei due cineasti va oltre il dato cronachistico, per scrutare da vicino quel cuore di tenebra che di tali problemi si nutre.
La macchina da presa vaga nei vari ambienti restituendo l’intimità di una stanza o l’espressione corrucciata di un volto, con la stessa perizia adoperata poco più avanti per rappresentare la durezza del lavoro e la brutalità dei caporioni di turno. Ne scaturisce una poetica fatta anche di ellissi, omissioni, sguardi negati, sguardi rubati. Poiché in fondo la realtà sociale che si è scelto di far conoscere vive nell’ombra. Ristagna, colpevolmente, nell’atteggiamento menefreghista della collettività.
Notevole poi, in fase di scrittura, la scelta di impostare il racconto su un nucleo familiare disagiato, destinato a precipitare in breve tempo nella miseria più nera, così da porsi nelle condizioni di sottostare al ricatto economico di sfruttatori subito pronti a trasformarsi in aguzzini: i genitori del piccolo Antò sono infatti uno spaccapietre che ha dovuto lasciare l’attività per un tragico incidente all’occhio, ed una modesta bracciante, costretta a condividere le fatiche e il modesto salario di molti extracomunitari. Ma quando la giovane madre muore in quei latifondi maledetti, il padre parzialmente invalido si vedrà spinto a lasciare casa, accettare quello stesso lavoro e trascinare il piccolo Antò nella baraccopoli sorta vicino alle coltivazioni, per l’impossibilità di mantenere la loro precedente abitazione. Ciò che si spalancherà loro davanti è una sorta di girone infernale, fatto di povertà e vessazioni continue….

Da segnalare, intanto, l’ottima intuizione avuta dai registi nell’assegnare il ruolo di Giuseppe, il padre di Antò, a un Salvatore Esposito in costante crescita, a livello attoriale: il Genny Savastano della serie Gomorra ha dimostrato anche qui, come ne L’eroe, di saper abdicare a ruoli più glamour per dedicarsi con zelo a personaggi maggiormente complessi, sofferti, persino un po’ spenti al pari dell’occhio vitreo “indossato” per l’occasione.
Nelle scene di cinismo e sopraffazione, che costituiscono le basi della vita nella baraccopoli, i De Serio hanno poi mostrato coraggio, alzando l’asticella del disagio oltre i livelli abituali. In tutto ciò, qualche perplessità ce l’ha lasciata l’escalation di violenza finale, forse un po’ forzata. Probabile che di quella accelerazione narrativa, fin troppo brusca, si sentisse meno il bisogno, dato che già la descrizione dei rapporti di forza attivi nell’azienda agricola aveva accumulato sufficiente materiale per far riflettere a lungo lo spettatore, lasciandogli al contempo lo stomaco sottosopra.

Stefano Coccia

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