Assandira

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

La memoria violata

La parola “Assandira”, nella vulgata sarda, si ritiene abbia lontanissime origini sumere, e si ode spesso nelle canzoni tradizionali sarde, che tramandano di generazione in generazione questo termine arcaico. Significa pressappoco “saluto al sole”, e quindi ha una profonda valenza sacrale, di omaggio rivolto alla natura e verso il divino. Prima di diventare il titolo della pellicola di Salvatore Mereu, Assandira era il titolo del romanzo dell’antropologo e scrittore sardo Giulio Angioni (1939-2017), che fu edito da Sallerio nel 2004 e da cui precisamente il regista Mereu ne ha tratto una libera trasposizione cinematografica. Angioni si era distinto come un attento studioso etnologico della propria terra, raccontando in forma saggistica o narrativa le peculiarità e le problematiche che convivono nella fragile Sardegna. Mereu, altro attento cantore antropologico dell’isola, prende la storia del romanzo, ambientata alla fine degli anni Novanta, proprio per raccontare un altro spaccato sociale della sua isola.

Presentato fuori concorso alla 77º edizione del Festival di Venezia, Assandira, sceneggiato dallo stesso regista, consente a Mereu di voltare nuovamente lo sguardo al passato. Se Sonetàula (2008) era una ricognizione storica nell’aspro entroterra bucolico sardo della prima metà del Novecento, questo nuovo squarcio pastorale riguarda il recente passato, lacerato dal passaggio tra la vecchia concezione contadina, legata caparbiamente a un modo di vivere legata alle tradizioni, e la nuova generazione, che prende quella memoria storica e la riutilizza per altri fini, svuotandola e svilendola. Non a caso l’evocativa parola “Assandira” diviene un semplice, ma misterioso e intrigante termine per i turisti, marchio da apporre al fiammeggiante agriturismo aperto da Mario e consorte, e che dopo l’incendio avrà le proprie lettere sparse e annerite, stando a significare la perdita di quella cultura. Prendendo questa storia privata della fittizia famiglia Saru, raccontata da Angioni sotto forma di giallo e che Mereu ha mantenuto nella struttura narrativa (diversi flashback a ricostruire il perché di quel nefasto incendio doloso), il regista vuole raccontare proprio quel cambiamento sociale ed edilizio che stava per imperversare violentemente nella Sardegna. Sul finire dell’ultima decade del Novecento, infatti, la Sardegna sarebbe diventata ampiamente meta imprenditoriale per cementificazioni turistiche, e le memorie storiche della regione, benché con alcune storture, folklore becero da spacciare ai visitanti in vacanza. Il vecchio Costantino, esempio di quella memoria, e non scevro da difetti caratteriali formatisi con quella cultura, si ritrova a recitare, quasi in modo ridicolo, gli usi e costumi del suo popolo per accontentare il figlio e Grete. Per questo ruolo il regista ha scelto, in modo azzeccato, Gavino Ledda, icona contadina e letteraria della Sardegna. Il suo volto solcato dal tempo, e il suo vissuto personale, creano una forte connessione con il vero passato acre e storico della regione e, non caso, durante il dialogo interiore che sovrasta la pellicola, Costantino sembra rievocare la storia di Padre padrone, quando ricorda come i genitori gli fecero abbandonare la scuola per mandarlo a fare il pastore.

Sebbene non esente da errori e lungaggini, Assandira diviene un nuovo tassello vivo e sanguigno di Mereu dedicato alla sua Sardegna, e anch’esso lontano da quella propaganda colorita e calorosa che viene spacciata dalle agenzie turistiche per promuovere la bella e naturalistica isola. E la pellicola è anche la conferma di come Salvatore Mereu voglia ritrarre onestamente e con ostinazione la sua terra, non cedendo a facili compromessi commerciali. È vero che la pellicola ha una costruzione accattivante, da giallo alla “Who dunnit?”, ma i dialoghi sono quasi completamente in sardo, con l’utilizzo dei sottotitoli in italiano. Il cinema di Mereu non è definibile come neorealista, almeno nella concezione classica della terminologia, però è collegabile a quella concezione realista che Luchino Visconti usò in La terra trema (1948): dentro a una drammaturgia cinematografica raffinata, faceva caparbiamente parlare i pescatori (attori non professionisti) con il dialetto stretto siciliano, proprio per immortale realmente quel mondo.

Roberto Baldassarre

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