Padrenostro

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Lettera ad un padre… e risposta

«Subito dopo Dio viene Papà» asseriva il genio di Mozart e, pensando alla nostra vita e, nello specifico, a Padrenostro – opera terza di Claudio Noce – sembra proprio che sia così anche per quel mistero che avvolge spesso la figura paterna, di cui talvolta si nutre un timore reverenziale. D’altro canto, però, capita anche che dall’altra parte, per un’educazione ricevuta, il padre trattenga i propri sentimenti, abbia le spalle larghe per proteggere la famiglia (e in questo Favino è perfetto nella recitazione anche fisica e nei silenzi che possono arrivare a lacerare il cuore, senza cadere nella retorica), ma non riesca ad esprimersi fino in fondo come si vorrebbe da figli.
«La sua figura forte, magnetica, eroica, assurge ad archetipo di un’intera generazione di uomini in cui le emozioni erano percepite solo come debolezza e obbligate ad essere camuffate in silenzi. Nel dicembre del 1976, quando mio padre subì l’attentato, io avevo due anni, abbastanza per comprendere la paura troppo pochi per capire che quell’affanno avrebbe abitato dentro di me per molto tempo. Non sono mai riuscito a dirglielo. Scrivere questa lettera a mio padre tracciando i contorni di una generazione di bambini ‘invisibili’ avvolti dal fumo delle sigarette degli adulti non è stato facile, provare a farlo mutando le parole da private in universali una grande sfida come cineasta e come uomo», afferma il giovane regista che ha scelto di fare i conti con una storia personale, riuscendo però a creare una giusta distanza (merito va non solo agli anni trascorsi, ma anche al supporto nella sceneggiatura e alla decisione di avvalersi di interpreti che potessero dar vita a qualcosa di ‘altro’ e non meramente privato).
Il treno della metro sta attraversando la galleria, un uomo ha uno sguardo ora perso nel vuoto, ora fisso nei confronti di un altro che incrocia la sua diagonale. Quest’ultimo lo segue, salgono sulle scale, una mano sulla spalla e poi si riprenderanno le fila da qui in uno specifico momento.
In questi giorni ho riletto la rivendicazione dei NAP rilasciata dopo l’attentato. Solo adesso capisco veramente come la mia infanzia sia stata percorsa a lungo da quella frase ‘Alfonso Noce sappia che la sua condanna a morte è stata soltanto rinviata. I proletari hanno tanta pazienza e lunga memoria’. Per anni ho sentito la paura arrivare nel cuore del giorno e della notte ascoltando gli adulti ripetere quella minaccia come un mantra. Durante tutte le fasi della lavorazione del film ho affrontato una faticosa battaglia interiore. Ho lavorato su due piani distinti: uno fortemente evocativo in forte relazione con la porzione autobiografica della storia, l’altro più libero, emancipato dai miei ricordi e più conforme alla favola dell’amicizia. I due piani tuttavia sono comparati sullo stesso terreno di studio e di indagine.
La forma del film nasce proprio dalla dicotomia di questi differenti criteri. Anche nella drammaturgia abbiamo seguito questo principio: una pagina rincorre il romanzo familiare, la successiva si perde nella favola di quello di formazione. A volte però il calore sconfinato di un ricordo si confondeva con il racconto, spesso ho rischiato di smarrire la strada», ha dichiarato Noce svelando l’approccio adottato verso un’opera che lo coinvolge così direttamente. Probabilmente non tutti potremmo capire cosa voglia dire avere un padre sotto attacco, assistere alla morte di uno dei tiratori scelti; ma tutti proviamo la paura della morte, di perdere una persona cara e quella sensazione di voler dire, ma non riuscire ad esprimersi come e quanto si vorrebbe così come gli abbracci immaginati, ma non assaporati, proprio per quella forma mentis di quegli anni.
«Carissimo padre, di recente mi hai domandato perché mai sostengo di aver paura di te. Come al solito, non ho saputo risponderti niente, in parte proprio per la paura che ho di te, in parte perché questa paura si fonda su una quantità tale di dettagli che parlando non saprei coordinarli neppure passabilmente. E se anche tento di risponderti per iscritto, il mio tentativo sarà necessariamente assai incompleto, sia perché anche nello scrivere mi sono d’ostacolo la paura che ho di te e le conseguenze, sia perché la vastità del materiale supera di gran lunga la mia memoria e il mio intelletto», scriveva Kafka in “Lettera al padre”. Padrenostro ci porta dentro la paura dei figli, nei loro pensieri e ci fa attraversare e toccare con mano la loro crescita – intesa anche come maturità – negli Anni di Piombo che, certo, sono determinanti, ma non il fulcro della storia.
Una nota di merito va, in particolare, all’interpretazione di Barbara Ronchi (che dà corpo, voce e silenzi a una mamma, che ingoia certe decisioni ma al contempo sta accanto con fermezza e a testa alta), un’attrice che fortunatamente si sta conquistando il suo posto anche nella Settima Arte, dopo aver dimostrato grande talento a teatro (prossimamente la vedremo anche in Cosa sarà di Francesco Bruni). Completano il cast: Mattia Garaci, Francesco Gheghi, Anna Maria De Luca, Mario Pupella, Lea Favino, Eleonora De Luca, con l’amichevole partecipazione di Antonio Gerardi e con la partecipazione di Francesco Colella.
Il lungometraggio di Noce presenta anche un lavoro molto studiato sulle inquadrature (senza che il tutto risulti artificioso, anzi vi è una morbidezza del movimento di macchina) e sul suono (la sequenza dell’attentato è, infatti, fortissima, scaglionata tra la corsa e le urla della moglie per le scale, l’affanno di chi è stato colpito, con un montaggio a incastro e dal ritmo coinvolgente. Uno dei punti di forza di quest’opera consiste proprio nel dare spazio e voce (anche quando non ci sono battute) ai bambini di quegli anni, alla fantasia scaturita nei disegni e poi spezzata dalla nuda e cruda realtà che conduce alla rabbia e a una ferita difficile da rimarginare.
Quando manca l’aria, capita che sia il genitore a darti sicurezza e a insegnarti come respirare; ma può anche accadere, in un momento liberatorio (e forse di pericolo), che le parti si invertono.
Non vogliamo risultarvi sibillini, ma ancor più che stiamo parlando di un plot tratto da una storia vera preferiamo non svelare alcuni dettagli e farveli vivere sulla vostra pelle, potrebbe accadere che anche voi avrete voglia di inviare una ‘lettera a vostro padre’ e viceversa.
Dopo esser stato presentato nel Concorso Ufficiale alla 77esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, l’uscita di Padrenostro (non fatevi fuorviare dal titolo, non è condizionato dalla preghiera che tutti noi conosciamo, ma un legame potreste trovarlo) è prevista al cinema il 24 settembre con Vision Distribution. Ci piace sottolineare la decisione di Favino di essere tra i co-produttori del progetto e che, per quanto ricopra il ruolo del padre, qui protagonisti sono i figli e il rapporto col padre (questo per chiarire che non si è dato la parte principale, anzi ha sposato un progetto in cui credeva affinché prendesse forma).

Maria Lucia Tangorra

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