Sieranevada

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Un giorno di ordinaria Romania

Romania oggi. In questi anni sono stati diversi i registi di spessore che hanno provato a tastarne il polso, a coglierne e rappresentarne le sempre più evidenti contraddizioni sociali, politiche, culturali, mantenendo peraltro una invidiabilissima coerenza formale. I primi nomi che vengono in mente sono probabilmente quelli di Cristian Mungiu e Corneliu Porumboiu. Ma non se ne deve dimenticare un altro: Cristi Puiu. Similmente ai colleghi (e con un rigore persino più manifesto) Cristi Puiu è artefice di un cinema che attraversa la quotidianità, i suoi tempi (anche quelli morti), il conseguente accumulo di tensioni, estendendo nella durata uno sguardo quasi entomologico sui personaggi che ne fa affiorare progressivamente la dimensione umana.

La sincerità di tale sguardo era già evidente nel sorprendente esordio Marfa si banii (2001). Ed ha toccato probabilmente l’apice in La morte del signor Lazarescu (Moartea domnului Lazarescu, 2005), straziante capolavoro del cinema romeno contemporaneo in cui l’odissea ospedaliera del protagonista diventava, nell’arco di poche ore trascorse peregrinando da un pronto soccorso all’altro, specchio del paese.
Un’ambizione simile sembra pervadere anche il recentissimo Sieranevada presentato al Festival di Cannes 2016. L’esito anche in questo caso garantisce un certo impatto emotivo, un’accurata indagine sociologica celata nelle pieghe della narrazione finanche austera, in quel suo insistito, ripetitivo incollarsi agli ambienti e ai personaggi. Ma parallelamente si fa strada l’impressione che una simile ricerca tematica ed estetica sia già a rischio di cristallizzazione, nella poetica del regista rumeno.

Le lunghe sequenze iniziali ci accompagnano assieme ad alcuni dei personaggi nel luogo ove l’azione verrà poi concentrata, ovvero il piccolo appartamento dove i componenti di questa famiglia della medio-alta borghesia rumena si sta riunendo, in attesa del prete, per vegliare un parente da poco scomparso. Questo evento, collocato temporalmente dal regista pochi giorni dopo lo scioccante attentato alla redazione di Charlie Hebdo in Francia, diviene subito pretesto per esporre frammenti di dialoghi che associano un discreto numero di personaggi ad altrettanti punti di vista, dai quali emergono contorte trame famigliari, ipotesi complottiste sulla società contemporanea, idee conflittuali su religione e società, attriti interpersonali di vario genere. L’implosione avviene in un lasso di tempo relativamente breve. E in alcuni momenti la sceneggiatura acquista carattere rivelatore. Rispetto alle occasioni citate in precedenza, però, si avverte una certa ridondanza, una prolissità fin troppo insistita, una tendenza ad affastellare angolazioni differenti rischiando così di compromettere l’essenzialità delle storie, dei personaggi, delle così fragili e delicate relazioni che intercorrono tra di loro. Si avverte una sorta di sforzo e una perdita di naturalezza, insomma. Laddove l’approccio alla normalità e al suo incrinarsi assume questo taglio quasi ipertrofico, le notazioni più interessanti continuano ad arrivare semmai dalla lettura degli spazi. Singolare, in un film così austero e claustrofobico, che quel senso di oppressione e di disagio percepibile negli interni si rifletta poi, amplificandosi, in una delle rare riprese all’esterno, dove quasi dal nulla scaturisce un principio di rissa dagli esiti conturbanti. Come a voler completare il ritratto di una società boccheggiante, in crisi, a partire dal nodo così centrale della famiglia per allargare poi il raggio.

Stefano Coccia

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