Sew the Winter to My Skin

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Senza parole

Chi cerca in Sew the Winter to My Skin la ricostruzione fedele e dettagliata della storia di John Kepe, meglio noto come il Sansone del Boschberg, l’eroe ribelle dei neri emarginati che terrorizzò con le sue incursioni le fattorie dei bianchi negli anni ’50 del Sudafrica pre-apartheid rimarrà profondamente deluso. Chi, al contrario, sposerà in pieno la scelta del regista Jahmil X.T. Qubeka di concentrarsi unicamente sullo spirito dell’uomo e del tempo per raccontare come quella figura leggendaria divenne una minaccia politica al tessuto stesso della società coloniale dominante, allora rimarrà più o meno soddisfatto dalla visione della pellicola presentata nel fuori concorso del 29° Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina dopo l’anteprima mondiale al Festival di Toronto 2018.
Quella firmata da Qubeka, qui alla terza fatica dietro la macchina da presa sulla lunga distanza, prima di essere un dramma in costume che ci catapulta in un periodo di brutale violazione dei diritti umani e di sopraffazione è un racconto allegorico posizionato esattamente a metà strada tra la Storia e il Mito. Il cineasta sudafricano ha rivisitato la leggenda del celeberrimo fuorilegge, divenuto tale nei racconti popolari, vestendola da sontuoso thriller in stile western che per stessa ammissione dell’autore ha i suoi principali punti di riferimento nel celeberrimo filone spaghetti nostrano. Il mix di campi lunghi, zoom in e di primi piani alla Leone, così come la confezione fotografica, ne sono la conferma, oltre che un affettuoso omaggio. Stile, questo, che il regista cuce addosso a un’operazione che per approccio sembra volere combinare il 12 anni schiavo di McQueen con il Django Unchained di Tarantino e Free State of Jones di Gary Ross, ma alla fine per assonanze e caratteristiche ha molto più da spartire con Valhalla Rising di Winding Refn. Assonanze che non hanno nulla a che vedere con la vicenda narrata dal collega danese, tantomeno con il personaggio che la anima, piuttosto con il modo in cui questa è stata portata sul grande schermo. I riferimenti ai modelli del passato, infatti, sono gli stessi per entrambi così come alcune scelte tecniche utilizzate per fare in modo che il risultato sia un’esperienza emotiva e sensoriale prima ancora che fisica. Tra gli ingredienti che ci hanno ricordato il film di Refn e che abbiamo ritrovato in Sew the Winter to My Skin ci sono la centralità del suono e l’azzeramento quasi totale dei dialoghi. Ciò ha permesso alle immagini crude e dirette di sostituirsi alle parole, utilizzate senza filtri per mostrare l’escalation di violenza che ha segnato quegli anni. E, infatti, da questo punto di vista la pellicola di Qubeka, così come quella di McQueen o The Nightingale della Kent, non fa sconti a nessuno. Scene come la rivolta nel villaggio o l’incendio della casa rendono perfettamente l’idea della volontà del regista di non addolcire la pillola.
Sew the Winter to My Skin è una caccia all’uomo fatta di continui inseguimenti (torna alla mente Figures in a Landscape di Joseph Losey) che mescola senza soluzione di continuità dramma e azione, forse troppo lunga in termini di durata sulla timeline rispetto alle reali esigenze narrative e drammaturgiche. Una caccia all’uomo che al giro di boa dei 90’, nonostante le ripetute accelerazione, diventa un po’ troppo ripetitivo. Resta comunque un’opera da non lasciare nel cassetto, ma meritevole di una visione, tanto dal punto di vista formale quanto da quello delle performance attoriali (su tutte quella muscolare di Ezra Mabengeza nei panni di Kepe).

Francesco Del Grosso

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