Un’altra verità possibile?
Robin Hood è un personaggio metà storico e metà leggendario, probabilmente frutto della fusione del personaggio realmente esistito, bandito o nobile sassone decaduto, con le preesistenti leggende di un dio della foresta. Per molti storici e studiosi, Hood altro non è che il frutto della fantasia dei giullari di corte, mentre ancora oggi non mancano quelli per cui il personaggio coinciderebbe con l’elfo tedesco Ilodekin o con Puck, simpatico folletto reso celebre dalla nota commedia Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare. Su di lui, che ha ispirato alcune opere della letteratura britannica, si è detto e mostrato, essendo stato anche protagonista di diverse pellicole, tutto e il contrario di tutto: eroe cavalleresco, ribelle politico, giustiziere popolare, icona disneyana e perfino figura postmoderna.
Sul suo conto, indipendentemente dal fatto che sia esistito oppure no, si è dunque fantasticato al punto tale da alimentarne il mito nel corso dei secoli sino ai giorni nostri, consegnando all’immaginario collettivo le versioni più disparate. Lo stesso ha fatto la Settima Arte durante i decenni con riletture in tutte le salsa e a tutte le latitudini, compresa quella in chiave comica di Mel Brooks del 1993, Robin Hood – Un uomo in calzamaglia. Da allora sul grande schermo, a cominciare dalla prima che risale al 1908 nel film muto Robin Hood and His Merry Men, sono state numerose le apparizioni, tra cui quella in Robin Hood – Principe dei ladri e la più recente del 2010 firmata da Ridley Scott, battezzata Robin Hood, dove a vestire la calzamaglia del protagonista sono stati rispettivamente Kevin Costner e Russell Crowe. Insomma, vista la mole di letture e chiavi differenti con le quali cinematograficamente parlando è stato dipinto, è davvero difficile solo ipotizzare qualcosa di diverso da ciò che è stato tramandato. Eppure qualcosa c’è e quel qualcosa sovverte il mito tradizionale per offrire un ritratto alternativo e inedito di un uomo condannato ad affrontare il prezzo della violenza, il peso del rimorso e un’inattesa possibilità di redenzione.
A raccontarci questa versione cupa della leggenda, con la complicità produttiva tanto per cambiare della A24, è Michael Sarnoski, già dietro la macchina da presa di Pig e A Quiet Place: Day One, che in Robin Hood – Il prezzo del sangue (The Death of Robin Hood), nelle sale nostrane dal 12 agosto 2026 con I Wonder Pictures, ha decisamente cambiato tutte le carte in tavola. Alla base di questa nuova rilettura c’è il fatto che il mito del celebre principe dei ladri, conosciuto come difensore degli oppressi ed eroe che ruba ai ricchi per dare ai poveri, è stato interamente costruito su un castello di bugie. Per il cineasta statunitense Hood non è l’eroe romantico e generoso tramandato dai racconti popolari, bensì un fuorilegge che ha vissuto tra menzogne, crimini e vendette, il cui passato lo ha condannato a un’esistenza tormentata e consumata dal peso delle proprie scelte. Dopo una vita trascorsa tra guerre e spargimenti di sangue, Robin Hood rimane ferito in quella che pensava sarebbe stata la sua ultima battaglia. Accolto e curato da Sister Brigid, enigmatica priora destinata a mettere in discussione tutto ciò che crede di sapere su sé stesso, Robin è costretto a confrontarsi con il proprio passato, la leggenda costruita attorno al suo nome e la verità della sua esistenza.
Ambientato in un Medioevo aspro e realistico, lontano dall’immaginario avventuroso normalmente associato al personaggio, con Robin Hood – Il prezzo del sangue Michael Sarnoski trasforma una delle leggende fondative della cultura occidentale in un racconto epico, oscuro e al tempo stesso sanguinario. Di fatto, il film ribalta completamente, spazzandola via, l’iconografia tradizionale per consegnare alle platee non un paladino della giustizia, ma un efferato bandito, le cui “allegre scorribande” sono vere e proprie carneficine. L’offrire una visione così agli antipodi, estrema per certi versi e per nulla gratificante, arrivando persino a smontare il mito di un eroe che eroe non è, che deve pagare il prezzo per i crimini commessi in vita, dobbiamo ammettere ha incuriosito tanto noi quanto tutti gli addetti ai lavori e probabilmente anche tutti quegli spettatori che in piena stagione balneare decideranno di andare a vedere il film. Troviamo un Robin Hood decisamente in là con l’età, ma con una prestanza fisica e delle doti ancora letali. A interpretarlo un Hugh Jackman che sembra un’evoluzione ancora più animalesca e brutale di Logan – The Wolverine. Lo vediamo misurarsi con un essere sofferente e tormentato, divorato nell’interno da rimorso, desiderio di redenzione e ricerca ossessiva della verità. Un background, questo, che cambia e di molto l’identikit del personaggio e con esso di riflesso la galleria di personaggi di contorno, il suo destino e la narrazione che lo vede protagonista, dandogli sicuramente più complessità e spessore drammaturgici. Il risultato è una mutazione genetica decisamente affascinante che però non porta a nulla di realmente sostanzioso e degno di nota. Lo stravolgere l’esistente è servito solo a giustificare l’operazione, ma a conti fatti non ha portato a nulla di significativo, se non ad alzare il livello di efferatezza e adrenalina, non di spettacolarità, rispetto alle versioni più edulcorate e avventurose del passato. Come anticipato dal titolo, in Robin Hood – Il prezzo del sangue si assiste a un aumento esponenziale della violenza della messa in scena, per fortuna non fine a se stessa e funzionale al racconto, anche se le scene secche e feroci in tal senso si contano sulle dita di una mano e ricordano per aggressività quelle di Valhalla Rising di Nicolas Winding Refn e The Revenant di Alejandro González Iñárritu.
Francesco Del Grosso








