Logan

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

New Generation

Si conclude in grande stile la trilogia dedicata al mutante più famoso del gruppo degli X-Men, cioè Wolverine. E sin dal titolo – Logan – si intuisce il senso dell’operazione cinematografica di quest’ultimo capitolo: spostare in modo definitivo l’attenzione dalle qualità più o meno supereroiche del personaggio a quelle che si celano dietro l’essere umano. Un approccio certamente non consueto nel modus operandi della Marvel, perfezionato al meglio dal regista James Mangold – già responsabile del secondo segmento dell’ideale trilogia dedicata al buon Wolverine, cioè Wolverine – L’immortale (2013); e perciò perfettamente in grado di padroneggiare le sue peculiarità – capace, nella circostanza, di girare un lungometraggio al contempo orgogliosamente retrò e sbalzato nella modernità. Un road movie alla ricerca di senso e salvezza come si potevano realizzare nel pieno fulgore degli anni settanta, intriso però di una violenza esplicita e molto contemporanea, specchio di un’epoca ormai fondata su una regressione a livelli quasi animaleschi. E non certo per colpa dei mutanti. Come se, tanto per dare un’idea cinefila, Sugarland Express di Steven Spielberg (1974) – e non a caso Logan/Wolverine, in questo film, si scopre riottoso genitore di una bambina con le sue medesime caratteristiche – incontrasse l’azione incessante del recente Mad Max – Fury Road (2015) di George Miller, quintessenziale film che ha ridisegnato i confini di un genere.
Ovviamente lo schema narrativo che va a costituire l’ossatura del plot di Logan di per sé resta piuttosto basico: Logan/Wolverine (ancora una volta molto intenso Hugh Jackman), Charles/Professor X (un Patrick Stewart in commovente versione crepuscolare) e la piccola Laura (la rivelazione Dafne Keen) in fuga da chi insegue la cattura della bambina allo scopo di perseguire i propri, torbidi, interessi. Il vero valore aggiunto di Logan si annida dunque nei numerosi colpi di scena, da non spoilerare assolutamente, che caratterizzano le tappe degli spostamenti del terzetto. Un viaggio che svelerà, per l’appunto, il cuore che pulsa dietro la corazza di Logan ma anche dietro l’apparente mutismo di Laura, personaggio che ha visto la propria infanzia derubata a causa della diversità mutante. Se a tutto ciò si aggiunge il raffinato “corto circuito” narrativo tra realtà e finzione (nell’ambito della finzione stessa del film, of course!) messo in scena dallo script firmato da Scott Frank, Michael Green e lo stesso Mangold attraverso la lettura dei fumetti sugli X-Men conservati gelosamente da Laura, ecco che l’ammirazione per un’opera priva di definita collocazione temporale può anche trasformarsi in genuino entusiasmo; poiché molto di rado un film di genere come questo è riuscito nell’impresa di travalicare i propri confini per ribaltare, filosoficamente e a proprio modo, il concetto base di uguaglianza a prescindere da razza, sesso o religione che dir si voglia. I mutanti, insomma, rappresentano l’unica speranza per il futuro; mentre quello che resta di un’umanità pseudo-normale votata unicamente all’inseguimento di valori tanto distorti meriterebbe l’estinzione immediata senza se e senza ma. Come infatti attesta alla perfezione l’ultima sequenza di Logan, immagine esemplare di altissima poesia destinata alla gloria eterna cinefila che spiega meglio di ogni altra dissertazione il senso di una saga tutt’altro che votata esclusivamente al puro intrattenimento: una croce simbolo del Cristianesimo che, spostata dalla giovanissima Laura di quel tanto che basta, va disegnare quella X che ci racconta tra le righe di un mondo nel quale la vera ricchezza va ricercata proprio nel mettere in discussione qualsiasi dogma precostituito. Dando così spazio all’autentica essenza di persone “differenti” e tuttavia nel pieno possesso sia delle loro capacità razionali che del libero arbitrio. Una vera razza in via di estinzione, insomma. Almeno nella società reale, quella in cui viviamo tutti i giorni al di fuori del grande schermo.

Daniele De Angelis

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