Risorto

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6.0 Awesome
  • voto 6

Il tredicesimo apostolo

C’era una volta la più celebre Storia mai raccontata. Già, ma come attualizzare la parabola religiosa che tutti, credenti e non, conoscono a menadito, hollywoodianamente parlando? Nel modo, ovviamente, più chiaro possibile. Semplificando e standardizzando. Non che sia un difetto a priori, ma certo esula da qualsiasi visione autoriale sull’esistenza del Cristo. Risorto di Kevin Reynolds – un regista che dopo i primi due lungometraggi, il cultissimo ritratto generazionale operato in Fandango (1985) e l’ottimo film bellico Belva di guerra (1988), pareva destinato a ben altri orizzonti – è null’altro che questo: un decoroso lungometraggio dalle cadenze televisive in cui qualsiasi spettatore troverà esattamente ciò che si aspetta da un film realizzato nell’anno poco “domini” 2016 sul mistero della rinascita di Yeshua, dizione ebraica del cattolico Gesù. Tutto, insomma, all’insegna della massima convenzionalità, compresa la scelta di privilegiare il punto di vista romano nel film, per rimarcare ulteriormente la conversione del tribuno Clavius (il solito, incolore, Joseph Fiennes, attore dal solo atletismo fisico) messo di fronte ad un mistero troppo grande soprattutto per chi ha creduto nella magnificenza di un impero costruito dagli uomini.
Impostato narrativamente sui binari dell’indagine tesa a ricostruire l’impossibile – si parte con la crocefissione del Cristo e la successiva, inspiegabile ad occhi laici, sparizione del corpo dal sepolcro, tanto da pensare ad un furto “propagandistico” perpetrato dai seguaci – un po’ come accaduto nel sottovalutato L’inchiesta (1987) di Damiano Damiani, la sceneggiatura di Risorto mette subito in rilievo le atrocità romane per far capire allo spettatore qual è la parte giusta su cui posizionarsi. Il racconto di Clavius, effettuato in prima persona attraverso flashback, assume così i contorni di una metamorfosi spirituale, da scettico pagano a più o meno fervente credente di fronte all’evidenza. Peccato però, nonostante l’innalzamento di Clavius a simbolo universale di redenzione, che di spiritualità nel film ce ne sia pochina, oltretutto distribuita in dosaggio omeopatico. A risultare parecchio ridimensionata nel proprio spessore è proprio la parola del Cristo, non certo degno di un “rivoluzionario” dello status quo allora imperante quanto piuttosto banalizzata in una filosofia quasi da hippie ante litteram. Medesimo discorso è valido anche per coloro che saranno poi deputati a diffondere il verbo cristiano, più simili ad una congrega di ingenui creduloni che un gruppo di persone elette convinto del nuovo corso in atto. Tutto ciò per far risaltare la seriosità del personaggio di Fiennes, alle prese con il drammatico sgretolamento dei suoi convincimenti precedenti e l’inevitabile apertura mentale al cosiddetto nuovo che avanza, peraltro da lui toccato con mano dopo comprensibile scetticismo.
Scontentati dunque i fans del vecchio e caro “sandalone” o peplum made in U.S.A., del quale genere Risorto non possiede affatto né la leggerezza né tantomeno lo spirito propenso all’avventura: così com’è il film di Kevin Reynolds attesta prima di tutto l’appartenenza del suo realizzatore alla categoria dei registi buoni per ogni occasione – cosa peraltro ben chiara, nella sua filmografia, da Robin Hood – Principe dei ladri (1991) in poi – poi il desiderio esplicito di ricercare e compiacere quel pubblico trasversale tipico, appunto, delle produzioni televisive di medio-alto profilo. Vedendo Risorto usciranno soddisfatti, anche per merito del discreto livello tecnico della confezione, credenti appartenenti ad ogni schieramento, cattolici, ebrei e musulmani. I primi perché si riconosceranno nell’iconografia standard del Cristo dal vago sapore zeffirelliano; i secondi perché Risorto attesta in fondo l’appartenenza del Messia al loro popolo. I terzi a causa della lotta continua e continuata verso l’occupazione – ieri fisica, oggi più sfumata e complessa – occidentale. Un colpo al cerchio e uno alla botte, insomma; anche se poi il parallelo socio-politico tra la situazione di allora e quella attuale si presterebbe ad una discussione così articolata che il film si guarda bene, assai logicamente dal suo punto di vista di prodotto privo di velleità, dall’intavolare. Sarà per un’altra volta…

Daniele De Angelis

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