El abrazo de la serpiente

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7.0 Awesome
  • voto 7

Il viaggio come conoscenza

Ci sono storie e, a loro modo, film che ci riportano a un tempo quasi di contemplazione, perché il modo di mettere in quadro vuole essere in sintonia e in ascolto di ciò che si va a mettere a tema.
Questo si pensa assistendo a El abrazo de la serpiente per la regia di Ciro Guerra. Premiato con l’Art Cinéma al Festival di Cannes 2015 e candidato colombiano per il premio Oscar come miglior film straniero (è rientrato nella shortlist dei nove), grazie al Bergamo Film Meeting abbiamo potuto vederlo, essendo stato scelto come film di chiusura per questa 34esima edizione.
L’Amazzonia è un mondo molto lontano da noi, fa parte del nostro immaginario per quello che ci viene restituito dalla letteratura e da reportage realizzati da National Geographic o docufilm come Amazzonia 3D diretto da Thierry Ragobert. Unendo queste arti, istintivamente si figurano la poesia e il mistero insito in Madre Natura, forse ancor più se selvaggia. Basandosi sui diari dell’etnologo Theodor Koch-Grünberg e dell’etnologo Richard Evans Schultes, Guerra ha dato vita, insieme a Jacques Toulemonde Vidal, a una sceneggiatura che potesse far arrivare agli occidentali una storia che ha ben poco dei nostri parametri, oltre che delle nostre idee.
Lo sciamano amazzonico Karamakate (Nilbio Torres) è l’ultimo rimasto in vita della sua tribù, sterminata dall’esercito colombiano. A trent’anni di distanza l’uno dall’altro, fa da guida a due esploratori alla ricerca della yakruna, una rarissima pianta sacra ritenuta curatrice sia per malanni fisici che per i sogni. Così come nel 1909 Karamakate accompagnò il tedesco Koch-Grünberg (Jan Bijvoet), affetto da malaria e quindi desideroso di (soprav)vivere, nel 1940 (da vecchio è interpretato da Antonio Bolivar) si ritrova ad accompagnare l’americano Richard Evans Schultes (Brionne Davis). La prima volta lo sciamano intraprende, con resistenza, quel viaggio con la speranza di ritrovare i membri della sua tribù; la seconda, invece, vorrebbe uscire dal suo stato di chullachaqui, ovvero di “uomo vuoto”, mediante la ricerca della yakruna.
Leggere e ascoltare questi termini vi fa ben intuire la distanza da quell’humus, come spettatori ci si immedesima, spesso, soprattutto nello studioso Evans e talvolta anche in Theodor Koch-Grünberg. Entrambi sono stati degli occidentali arrivati in una terra straniera molto diversa da ciò a cui erano abituati e da ciò che potevano aver letto sui libri. Si nota come vorrebbero catalogare alcune cose e, al contempo, è importante vedere come gli sia difficile lasciar andare i bagagli, rappresentativi del legame con la terra da cui sono partiti.
I piani temporali si confondono e fondono, basta un movimento di macchina e ci si ritrova nel 1909, eppure ognuno dei due uomini esploratori, a modo proprio, ha dovuto far i conti con le regole della jungla. Dallo sviluppo narrativo appare quasi impensabile per l’occidentale lasciare dei segni o degli oggetti che permettano alle popolazioni indigene di far passi avanti. Questo ce lo mostra, in particolare, la scena d’incontro tra Theodor Koch-Grünberg e la tribù karamakate attratta dalla bussola che l’etnologo porta con sé e che utilizza come parametro di orientamento. «La conoscenza appartiene a tutti», ascoltiamo.
Ecco El abrazo de la serpiente comunica come le differenze tra le popolazioni e anche gli individui si possano creare quando si va per compartimenti stagni o se si è mossi dal desiderio di applicare le proprie categorie di pensiero. In più rilancia anche la domanda: a cosa porta la scienza?, certo portando in campo un punto di vista molto personale che, però, si mixa con un’indagine della realtà. Guerra non ha timore di far vedere anche delle derive ecclesiastiche, sottolineando come dietro al nome “chiesa” ci siano degli uomini.
La fotografia in bianco e nero (straordinariamente curata da David Gallego) fotografa – permetteteci il gioco di parole – un’Amazzonia pura e, parallelamente, bistrattata col trascorrere degli anni. La causa, però, non è solo da rintracciare nello “straniero”, ma anche nell’uomo natio che è diventato pian piano estraneo e sordo a quella terra. La macchina da presa sceglie, a tratti, anche di accelerare il ritmo pur rimanendo sinuosa. La sensazione che si avverte è che talvolta avvolga il paesaggio, mentre in altri momenti quest’ultimo quasi straborda dai confini dell’inquadratura perché non può contenerli.
«Ogni volta che guardavo il mio paese sulla carta geografica mi trovavo di fronte a un mistero. Quasi la metà della sua superficie era coperta da un manto verde, un territorio occulto del quale nulla era dato sapere. Era l’Amazzonia, terra inafferrabile, che avevamo ridotto a pochi concetti. Coca, droga, fiumi, indios, guerra. Ma davvero non c’era nient’altro? Né una cultura, né una storia, uno spirito? Gli esploratori mi fecero capire di sì. Uomini che avevano abbandonato tutto e rischiato tutto quello che avevano per mostrarci un mondo che non avremmo mai immaginato. E che furono i primi a stabile un contatto» (dalle motivazioni del regista).
El abrazo de la serpiente è il tentativo di Guerra di provar a non far scomparire del tutto le tracce delle culture dell’Amazzonia più profonda.
Vi segnaliamo che il lungometraggio sarà prossimamente distribuito da Movies Inspired.

Maria Lucia Tangorra

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