Richard Jewell

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8.0 Awesome
  • voto 8

Il mondo è una faccenda complessa

Diciamocelo: arrivati a questo punto, ogni nuovo film di Clint Eastwood rappresenta una sorta di dono divino. Entrato nel novantesimo (!!) anno d’età l’autore californiano non solo prosegue imperterrito nella realizzazione di opere dall’apparato produttivo tutt’altro che minimale; ma continua nella sua ispirata operazione di decostruzione del concetto di eroismo, discorso condotto, con quest’ultimo Richard Jewell, sino alle più estreme conseguenze. Ed è assolutamente significativo che sia proprio lui a farlo, l’uomo che da attore ha basato in pratica un’intera carriera sull’immagine iconica dell’eroe positivo, dagli esordi cinematografici con Sergio Leone in poi.
Posizionatosi da tempo (anche) dietro la macchina da presa il punto di vista è mutato in maniera drastica. E l’eroismo è divenuto una questione di quotidianità, di reazione umana a situazioni la cui straordinarietà impone una scelta assieme istintiva ma pure di grande spessore morale. Una tematica già brillantemente affrontata, di recente, in opere come American Sniper (2014), Sully (2016) e Ore 15: 17 – Attacco al treno (2018). Eroi fortuiti. Non eroi. Semplici persone, magari dagli aspetti criticabili, le quali però credono in quello che fanno.
Richard Jewell, dunque. Un biopic sui generis che racconta il cambiamento repentino nella vita di un uomo come tanti. 1996. Attività collaterali di intrattenimento nel parco olimpico di Atlanta, durante le Olimpiadi. Uno zaino sospetto abbandonato vicino ad una torre. L’allarme urlato da una guardia giurata di nome, appunto, Richard Jewell. Un trentenne grassoccio, forse complessato. Attaccato alla madre e appassionato di armi. Ex poliziotto fuoriuscito dal corpo per eccesso di zelo dimostrato, in seguito, in molte occasioni. Una strage sventata che ha comunque causato due vittime, come da cronaca realmente accaduta. E “l’eroe per caso” diviene il colpevole perfetto, un mitomane che appare come il principale sospettato dall’ente investigativo per eccellenza, l’F.B.I. Richard Jewell si ritrova così prigioniero di un meccanismo infernale, cavalcato e amplificato da mass-media senza scrupoli.
Sgombriamo il campo da possibili equivoci. Richard Jewell non è un lungometraggio politico. Ci si potrà sforzare a lungo nel cercare un atto d’accusa verso questa o quella parte (il democratico Bill Clinton, che compare brevemente in video, era Presidente degli Stati Uniti, all’epoca) ma l’intento principale di Eastwood risiede chiaramente altrove. Nella cristallina volontà di realizzare un’opera definitiva sul senso dell’etica. Un valore già al tempo in progressivo disfacimento e adesso giunto a livelli di quasi totale insussistenza anche per demerito della rete e i vari social che la popolano. Quella di Eastwood è una lezione morale “dal basso”, cioè mai cattedratica. La stessa di un essere umano che ha vissuto la vita e ne riconosce appieno l’incontrovertibile complessità. Che si annida, come sempre, in dettagli capaci di fare la differenza. La stessa che c’è tra compiere il proprio dovere e cercare il successo a tutti i costi. Con l’agenzia di indagine governativa che vorrebbe chiudere il caso nel più breve tempo possibile – e Richard paradossalmente ne ammira le dinamiche, anche se vanno contro se stesso – e la bella giornalista Kathy Scruggs (Olivia Wilde) dell’Atlanta Journal a montare il caso per conquistare fama e gloria. In tempi di #metoo una scelta controcorrente, anche se Eastwood offre al personaggio una tardiva presa di coscienza.
Ed è quindi con l’evolversi della trama – accurato lo script di Billy Ray – che Richard Jewell riporta giustamente tutti i suoi sottotesti teorici ad una dimensione squisitamente umana ed umanista, così tipica del suo autore. Impossibile non empatizzare in toto con le sofferenze del protagonista (bravissimo il poco noto caratterista Paul Walter Hauser, scelto per la sua somiglianza con il vero Richard Jewell), nonostante caratteristiche tutt’altro che condivisibili in senso assoluto. Se Eastwood si conferma una volta di più abilissimo direttore di interpreti (Sam Rockwell e Jon Hamm, tra gli altri. Ma la vera fuoriclasse è Kathy Bates nella commovente parte della mamma di Richard) si può tranquillamente affermare che Richard Jewell rappresenta un ulteriore tassello alla lettura critica di una filmografia che ha del miracoloso, per come è costantemente riuscita ad equilibrare contenuti ed emozioni. Il Cinema secondo Clint Eastwood, Clint Eastwood che plasma la Settima Arte in modo apparentemente impercettibile ma sostanziale.

Daniele De Angelis

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