(Re)Visioni Clandestine #59: M. Butterfly

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Il melodramma psichico di Cronenberg

«L’impudenza delle mie azioni mi incendia la pelle»
Song Liling a René Gallimard

Alla sua uscita, M. Butterfly (1993) di David Cronenberg suscitò disparate perplessità in parte della critica, poiché la pellicola fu percepita come un “corpo estraneo” da quelle realizzate fino a quel momento. Cronenberg, sin da Il demone sotto la pelle (Shivers, 1975), si era distinto nell’horror, e in particolare era divenuto il miglior teorizzatore del Body Horror. Le mutazioni del corpo, la sessualità deviata, la morbosità umana e la morte (connessa all’eros), sono i temi cardine delle sue pellicole. M. Butterfly, pertanto, fu inteso come uno spostamento verso un cinema più popolare, essendo la trama, a livello esteriore, un melodramma puro, senza eccessi. Un errore di comprensione, poiché le tematiche cronenberghiane sono sottocutanee, affiorando dolorosamente durante lo svolgimento della narrazione, e si riallacciano al morboso dramma Inseparabili (Dead Ringers, 1988). M. Butterfly va recepito, e apprezzato, come un successivo passo dell’autore canadese verso un approfondimento dei suoi temi prediletti, in questo caso analizzati per mezzo della psiche dei personaggi, e da considerare come opera seminale anticipatrice delle pellicole realizzate dal Duemila in poi.

Tratto dalla piéce teatrale “M. Butterfly” di David Henry-Hwang, il testo traeva ispirazione dalla vera storia del giovane diplomatico francese Bernard Boursicot, innamoratosi follemente di Shi Pei Pu, che lui credeva fosse una donna, e invece era un attore en travesti nonché informatore del Partito Comunista. Questa vicenda reale, filtrata dal testo teatrale, viene utilizzata da Cronenberg per scandagliare più a fondo la mutazione psichica dei personaggi, partendo da questo incredibile, quanto grottesco, amour fou. L’ambiguità della vicenda è già racchiusa nel titolo, con quell’M puntata che può significare tanto Madame (come l’opera lirica di Giacomo Puccini) quanto Mister, non escludendosi a vicenda. Il regista canadese, però, non inserisce nessuna latente omosessualità in Gallimard, e ben due scene evidenziano ciò: la scena in cui il protagonista va a letto con Frau Baden (Annabel Leventon), mostrata completamente nuda, che dimostra come lui sia eterosessuale e apprezzi le grazie femminili; il finale, in cui Song Liling si denuda davanti a Gallimard, e lui ha ribrezzo nel guardare quel corpo maschile. L’amore che il protagonista prova per Song Liling nasce dalla rappresentazione teatrale di Madama Butterfly, poiché lui s’innamora della raffigurazione di una donna orientale remissiva e devota. Sarà quest’immagine che il protagonista si porterà sempre dentro, e mai nessun sospetto scalfisce questa sua percezione. Questa passione lentamente annulla la sua persona, usualmente ligia e meticolosa nel lavoro che scova errori e stonature, non vedendo che Song Liling è in realtà un uomo. Gallimard subisce una trasformazione psichica, divenendo sempre più fragile (la solitudine in un appartamentino nella periferia di Parigi), e trasformandosi nel finale in una remissiva Madame Butterfly. Mentre Song Liling ha una doppia mutazione: la prima è quella in donna (esteriormente, ma con vezzi molto femminili), e alla fine, benché biologicamente sia maschio, in abiti maschili. Nel finale Gallimard, divenuto M. Butterfly per recitare l’ultima scena, uccidendosi compie una doppia azione: fisicamente è un suicidio (per la vergogna e l’illusione si uccide), mentre la rappresentazione (il travestimento in Butterfly) vuole essere la feroce cancellazione di quell’immagine a cui si era legato. Quell’appariscente fiotto di sangue, vero “fil rouge” al cinema horror cronemberghiano, va inteso principalmente come lo sgorgare delle ultime amare e solitarie lacrime di Gallimard. Eppure, benché ci siano tutti gli stilemi di un melodramma a forti tinte, l’approccio di Cronenberg è sempre distante e razionale, come se stesse compiendo la radiografia di una storia d’amore, ricollegandosi allo stesso criterio adottato con Inseparabili, anch’esso basato su una storia vera.

Roberto Baldassarre

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