Sidney Poitier, un simbolo è per sempre

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Un invito alla cena eterna

Alla veneranda età di novantaquattro anni – almeno per i fortunati che ci arrivano – tutti dovrebbero godere del sacrosanto diritto di passare a miglior vita. Chiunque, tranne i simboli. Per i quali la morte viene “derubricata” a banale incidente di percorso, evento divulgato e subito dimenticato, quasi non fosse esso mai avvenuto.
Sidney Poitier ha abbandonato la vita terrena avendo vissuto tutte le primavere in questione; ma soprattutto riuscendo ad affermarsi in un mondo, quello hollywoodiano, dove gli afroamericani non sono mai stati visti con grande simpatia nelle posizioni che contano, per usare un eufemismo. Ok le star di successo al botteghino, come Eddie Murphy o Richard Pryor, perché anche i neri popolano i cinema. Ma oltre no, il passo successivo era sempre estremamente difficoltoso. Sidney Poitier lo ha compiuto, avendo il merito di fare da apripista sotto parecchi aspetti. Tipo quello di essere il primo attore afroamericano a vincere il prestigioso Oscar come attore protagonista, per l’utopico I gigli del campo (Lilies of the Field, 1963) di Ralph Nelson. Dove Poitier rappresenta un autentico “uomo dei sogni”, quasi un Barack Obama ante-litteram senza che l’aspro confronto con la politica ne potesse inficiare la purezza idealistica.
Andando più o meno a ritroso, altre interpretazioni di Poitier si sono distinte per impegno civile, lotta per i diritti delle minoranze anche in ambito fiction e non solo nella vita reale. Dove Poitier si è sempre battuto al massimo delle forze per la comunità afroamericana. La calda notte dell’ispettore Tibbs (In the Heat of the Night, 1967) di Norman Jewison resta una pietra miliare in tal senso. Un ispettore di colore e un caso di omicidio che solo lui può risolvere viene malamente accolto in una cittadina di provincia dove il pregiudizio razziale impera da secoli. Personaggio di successo, quello dell’ispettore Tibbs, poi replicato in altri due film di minore impatto qualitativo. Ma la filmografia di Poitier risulta stracolma di autentiche gemme. Come non ricordare, ad esempio, l’indispensabile Il seme della violenza (Blackboard Jungle, 1955) di un maestro come Richard Brooks, in cui Poitier interpreta un professore afro in una scuola di periferia con ragazzi a dir poco “difficili”? Un film realmente illuminante sulla situazione sociale dell’epoca e oltre. Altra opera fondamentale fu La parete di fango (The Defiant Ones, 1958) di Stanley Kramer, che valse a Poitier una candidatura agli Academy Awards nonché un premio alla Berlinale di quell’anno. Due galeotti evasi, un bianco (Tony Curtis) ed un nero (Poitier), costretti alla convivenza forzata dalle catene che li uniscono. Una metafora potente per un lungometraggio altrettanto denso di significati razziali. Alla regia il grande Stanley Kramer, nome destinato a ricorrere nella carriera di Poitier. Perché l’immagine che si radica nella memoria cinefila globale è quella del dottor John Prentice, elegante medico di caratura internazionale che viene presentato ai genitori di lei, come accade nelle migliori famiglie, durante il classico Indovina chi viene a cena? (Guess Who’s Coming to Dinner, 1967) sempre diretto da Kramer. Solamente che la famiglia di lei è bianca e pure altolocata. Il personaggio Poitier prende forma ben oltre il senso ultimo di un film che rompe diversi tabù. Un nero entra nei salotti buoni. Non solo nella finzione. E, un po’ incredibilmente ancora oggi, le unioni interrazziali vengono “benedette” da Hollywood. Un film epocale, una sophisticated comedy imprevista in cui Poitier tiene benissimo testa, recitativamente parlando, a due giganti del calibro di Katharine Hepburn e Spencer Tracy, purtroppo alla sua ultima interpretazione.
Con il passare degli anni le sue apparizioni davanti alla macchina da presa si sono rarefatte, avendo proprio per questo il carattere dell’eccezionalità, dell’apparizione straordinaria. Il buon action-thriller Sulle tracce dell’assassino (Shoot to Kill, 1988) di Roger Spottiswoode e il ben congegnato noir tecnologico I signori della truffa (Sneakers, 1992) rappresentano ulteriori tasselli di una carriera inimitabile. Che ha visto Poitier calarsi anche nel ruolo di regista, in opere a carattere prevalentemente commerciale e tuttavia realizzate con quel garbo che si riconosce ai grandi professionisti che si trovano a dirigere star quali Gene Wilder o Bing Crosby.
Sidney Poitier è stato un uomo che ha lasciato un’impronta ben definita sia nel mondo della celluloide che nell’altro, quello la cui aria respiriamo tutti per 365 giorni all’anno. Impossibile, perciò, dimenticarlo. Anche dopo la sua scomparsa.

Daniele De Angelis

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