(Re)Visioni Clandestine #46: Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio

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Double Feature all’italiana

I film a episodi sono parte integrante della commedia italiana. Ingegnosa costruzione per rappresentare ironicamente, in una sola pellicola, un determinato argomento con le sue sfaccettature, abile prassi produttiva lucrativa che, in un solo colpo, consente di avere più Star nel medesimo film. Inoltre, i film episodici sono assemblati anche per sfruttare storielle divertenti ma che non riuscirebbero a riempire un intero lungometraggio. Come accennato poco sopra, solitamente il film collettivo sorge dall’idea di un produttore, ma ci sono anche validi esempi di pellicole episodiche modellate dal regista stesso, come ad esempio attestano I mostri (1963) di Dino Risi e con i mattatori Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi, oppure il personalissimo Caro diario (1993) di e con Nanni Moretti. Da distinguere anche i film episodici composti, su decisione del produttore, da differenti registi, i quali dirigono – spesso per puri motivi alimentari – la storiella propostagli. Per quanto riguarda le varie composizioni numeriche adottate, è molto interessante la formula che è stata sfruttata – brevemente – nella prima metà degli anni Ottanta. Queste commedie si basavano su due episodi, per creare un Double Feature (doppio spettacolo) al modico prezzo di uno. Ogni pezzo, con una durata da mediometraggio, aveva come perno l’attore comico del momento, che sfoggiava il suo tipico umorismo. Questa manciata di pellicole, incasellabili tra il 1980 e il 1983, sono prodotti dozzinali, e tra tutte, probabilmente, spicca Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio (1983) di Sergio Martino e con Lino Banfi e Johnny Dorelli.

Il Double Bill diretto da Martino risalta, oltre che per un titolo divenuto con il trascorrere del tempo un modo di dire, per essere stato l’ultimo esperimento di questa effimera formula, rivelando i pregi (pochissimi) e i difetti (tantissimi) di queste operazioni commerciali. I due episodi si intitolano: Il pelo della disgrazia e Il mago. Trame nettamente separate, e l’unico flebile contatto risiede nel momento in cui i due personaggi, nel proprio episodio, fanno ironicamente il nome dell’altro attore.
Dovendo scegliere, tra le due storielle quella di Lino Banfi ha più fiato, sebbene rimanga di comicità spiccia. L’umorismo dell’attore pugliese fa ancora leva su alcune storpiature verbali di rimando pugliese, sui suoi improvvisi impeti d’ira e sulla fregola verso giovani amanti (in questo caso una super vestita Janet Agren), però la pellicola testimonia quel percorso di distanziamento da parte di Banfi dalle note commedie erotiche per accedere a pochade più “raffinate”. In un’ideale compilation con i migliori momenti banfiani, entra di diritto, comunque, la scena in cui l’attore è immerso nella vasca da bagno per purificarsi contro il malocchio, e declama la formula liturgica che dà il titolo al film. Il secondo episodio, comicamente loffio, sembra rispecchiare la parabola cinematografica di Johnny Dorelli, giunta al capolinea dopo quasi dieci anni in cui fu uno degli attori italiani più pagati. Il problema umoristico di questa storiella, oltre a battute trite, è per la mancanza di un variegato e funzionale cast di contorno come quello che affianca Banfi. Se da un lato c’è Renzo Montagnani che ripete il solito ruolo di uomo infoiato, dall’altra c’è la divertente apparizione di Paola Borboni nel ruolo di una ultra centenaria marchesa che si esprime in modo scatologico.

Roberto Baldassarre

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