Un ricordo di Cecilia Mangini

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Buon viaggio Cecilia Mangini, pioniera visionaria del cinema del reale, sguardo autentico e ancestrale

Voglio ricordare ed esprimere la mia gratitudine a Cecilia Mangini, classe 1927, scomparsa lo scorso 21 gennaio. Cineasta, documentarista e fotografa pioniera del cinema del reale, artista e intellettuale militante.
Con i suoi documentari sempre attenti agli ultimi e alla cultura del Meridione magico e arcaico è stata autrice di più di quaranta cortometraggi, in gran parte co-diretti con il marito Lino Del Fra, e di alcuni lungometraggi.
Con il suo spirito libero e il suo cuore anarchico, ha saputo abbracciare un umanesimo senza frontiere né pregiudizi. Ha collaborato con molti intellettuali e artisti tra cui Pier Paolo Pasolini.

Gli occhi di Cecilia li ho incontrati per la prima volta nell’ “Isola sacra”, la Sardegna. Li ricordo arcaici, come i complessi nuragici che costellavano le colline di Villanova Monteleone.
Occhi che sembravano emettere una luce capace di penetrare nelle ombre che si annidano nei volti delle persone, nelle pietre delle periferie o nelle fessure di una casa, di cogliere gli archetipi che parlano di ognuno di noi.
Quando le si avvicinava qualcuno, con un semplice sguardo ne afferrava l’essenza, così come faceva con i personaggi dei suoi film.

Nel giugno 2018 Cecilia era la madrina del Sardinia Film Festival. In quei giorni a Villanova si proiettavano i documentari in concorso.
La sera la piazza della proiezione era gremita dei documentaristi che presentavano i loro film. Il pubblico era attento e il team del festival ospitale.
Le proiezioni prendevano vita quando il sole iniziava ad addentrarsi negli interstizi delle pietre calde e a dissetarsi nelle fonti di cui Villanova è ricca. Ma una volta notte ci faceva visita un venticello aspro. Così alcune persone iniziavano a lasciare la piazza, prima i più anziani e più tardi persino alcuni dei più giovani. Ma Cecilia era sempre lì, il vento era suo complice, sembrava spazzare via da lei ogni tipo di pregiudizio per farle guardare i film con spirito autentico. “È una mistica”, pensavo mentre la vedevo sollevarsi leggera dalla sedia e avvicinarsi sorridente agli autori a fine proiezione. Una sua riflessione accendeva dibattiti appassionati che si spostavano in un bar o in una stanza d’albergo fino a tarda notte. I suoi 90 anni sparivano dietro ai suoi racconti, facendola apparire a tratti bambina, più spesso una creatura senza età.

Che intorno a Cecilia accadessero miracoli artistici è visibile in ogni suo lavoro: i protagonisti dei suoi film incarnano la propria vita senza artifizi e s’immergono nella propria storia per acquisirne una maggiore consapevolezza, come spettatori delle loro stesse esistenze. Anche la sua collaborazione con Pasolini ha del miracoloso: lei cerca il suo numero di telefono sull’elenco, lo chiama e gli chiede di scrivere un testo per un film. Nasce così la loro splendida collaborazione che si concretizza nella realizzazione di Stendalì (Suonano ancora) del 1960, tratto dal libro “Morte e pianto rituale” di Ernesto De Martino, incentrato su un canto sacro funebre delle donne di Martano, nella Grecìa Salentina; e de La canta delle marane (1962) tratto da un capitolo del romanzo “Ragazzi di vita”.
Anche il ritrovamento dopo cinquant’anni del suo film Divino Amore, dedicato al culto popolare mariano in un santuario nei pressi di Roma ha del miracoloso. Boicottato e non distribuito all’epoca della realizzazione, nel 2013 ha inaugurato la Festa di Cinema del reale.

E che dire infine delle due scatole di scarpe colme di negativi fotografici 6×6 rimaste silenziose nell’armadio di Cecilia per cinquant’anni? Nel 64-65 lei e il marito avevano vissuto per tre mesi nel Vietnam del Nord in guerra con gli U.S.A. Erano lì per i sopralluoghi di un documentario. Da questo ritrovamento Cecilia ha ricavato insieme a Paolo Pisanelli Due scatole dimenticate – un viaggio in Vietnam, una testimonianza della sua esperienza di fotografa di guerra, una sfida alla memoria che svanisce, proiettato al Rotterdam Film Festival nel 2020.

Cecilia coglieva il respiro dei paesaggi dimenticati. Con le sue panoramiche circolari nelle case, nei corpi abbandonati al sonno, riusciva a far parlare le cose. “Per Maria gli oggetti sono stanchi, come il sonno degli uomini” recita la voce off del film Maria e i giorni (1960).

Cecilia aveva la capacità di condensare una storia in un fotogramma.

Cecilia sapeva vedere l’invisibile.

Quante cose avremmo voluto ancora chiederle, ma forse non è così importante perché nelle sue opere sono racchiuse le nostre domande più profonde ed è lì che potremo cercare delle risposte.

Grazie Cecilia Mangini, dove hai posato il tuo sguardo hai lasciato una luce che continuerà a farci riflettere. E a sperare.

Alessandra Pescetta

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