(Re)Visioni Clandestine #45: La locanda dell’allegra mutanda

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Humour bavarese… con donne nude

Innanzitutto è necessario puntualizzare che La locanda dell’allegra mutanda (Zwei Daninnen in Lederhosen, 1979) di Franz Marischka è una pellicola esteticamente rozza, produttivamente povera e propina una comicità molto idiota. A suo tempo, comunque, questo tipo di prodotto casareccio e godereccio piaceva, e non a caso otteneva buoni riscontri d’incasso. Ciò era dovuto anche al fatto che il cinema Hard-Core non era ancora stato completamente sdoganato, e queste pellicole offrivano, a lato di una comicità molto alla buona, un consistente e apprezzabile erotismo. Con poco si era creata una formula vincente, che coinvolgeva principalmente adolescenti in fregola, anziani attizzati e militari in libera uscita. A distanza di oltre quarant’anni il giudizio critico certamente non cambia, ma confrontandola con i prodotti nostrani coevi, che hanno infiorettato il genere definito “commediaccia erotica”, c’è da dire che il teutonico La locanda dell’allegra mutanda è una vera pacchia per l’occhio porcino, perché offre molti nudi femminili in Full Frontal.

Andrebbe ringraziata anche la distribuzione italiana, che ha affibbiato alla pellicola un titolo, con rima baciata, molto più allegro ed eloquente rispetto a quello originale, che significa “Due donne in lederhosen”. Per chiarire, i lederhosen altro non sono che i folkloristici pantaloncini bavaresi, che sono sfoggiati ampiamente dai personaggi maschili, e solo una volta dalle due donne. Scritto e diretto da Franz Marischka (1918-2009), figlio del più noto Hubert Marischka (1882-1959), La locanda dell’allegra mutanda è la sua ennesima farsa porcellona, che utilizza il quieto sfondo della pacifica e bucolica Baviera popolata da uomini in fregola, grossi boccali di birra e belle ragazze (e gli immancabili lederhosen). Pochade che colpisce solo per la quantità e varietà di nudi, e di come le copule tra uomini e donne rasentano il porno, sia per le ardite posizioni plastiche che per una finta, quanto veritiera, fellatio (a questo punto ci si domanda se esiste una versione hard, oppure con inserti). Tutto il resto, proprio a partire dalla comicità, è molto sciatto e usurato. È scontata la gag della cocaina scambiata per polvere afrodisiaca, e ingenue le gag che si rifanno alle comiche del muto (“spericolati” inseguimenti tra auto oppure la rocambolesca fuga del personaggio Borsalino dagli sgherri della mafia). Ecco, è necessario mettere in rilievo questo Borsalino, il cui vero nome sarebbe Tonio. Interpretato da Rinaldo Talamonti (1947), attore e ristoratore italiano che ha trovato il suo – effimero – successo in Germania, Borsalino è un tappetto simile ai personaggi interpretati da Alvaro Vitali, sebbene molto più fortunato: il regista/sceneggiatore Marischka gli consente di poter copulare con le due splendide protagoniste. Questo Borsalino dovrebbe rappresentare il tipico italiano, in tal caso in veste di piccolo boss mafioso, che si esprime in un tedesco abbastanza maccheronico, e nei momenti di panico si esprime con espressioni tipicamente italiane, come ad esempio il classico “Mamma mia!”. Detto ciò, tolte le “allegre mutande”, cosa resta? Semplicemente quello che c’è sotto, ossia le pregevolissime grazie femminili.

Roberto Baldassarre

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