(Re)Visioni Clandestine #35: Pandora’s Mirror

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Sesso rispecchiato

«Specchio specchio delle mie brame…»
(Regina Grimilde in Biancaneve e i 7 nani)

Con (Re)Visioni Clandestine #33 si era fatta una veloce ricognizione dentro il porno italiano, prendendo spunto dalla pellicola Porcherie sulla spiaggia. La rubrica numero #35, invece, vuole dare una rapida scorsa all’hard americano, adottando come esempio Pandora’s Mirror (Pandora’s Mirror… Il sapore della carne, 1981). Da un certo punto di vista, tale pellicola funge anche come oggetto di comparazione, perché venne realizzata quando il porno italiano solamente da un paio d’anni aveva cominciato a costruire una sua fiorente industria cinematografica – benché rozza e approssimativa – mentre la Golden Age of Porn statunitense stava terminando (tre lustri che vanno dal 1969 al 1984). L’hard americano, che con Deep Throat (La vera gola profonda, 1972) di Gerard Damiano ebbe un’ampia esposizione mediatica e l’accettazione di una parte del mondo culturale, dalla seconda metà degli anni Ottanta sarebbe stato un mero prodotto realizzato per il mercato video casalingo. In poche parole, la realizzazione si sarebbe prettamente focalizzata nel dare al consumatore, chiuso in casa, il lussurioso godimento senza troppi vezzi autoriali.

Il clamore che suscitò il Porno Chic americano, fuori dai propri circuiti, è dovuto anche ad alcuni registi che hanno saputo realizzare opere che non fossero solo una sequela di scene di sesso. Alla base di quelle storie c’erano spunti di riflessione esistenziale, e il sesso non era vissuto dai protagonisti sempre con gioia, di frequente era anche espressione di dolore e/o insoddisfazione. I registi che hanno saputo rappresentare al meglio queste sfumature sono stati Gerard Damiano, Radley Metzger, Shaun Costello e Alex de Renzy. Shaun Costello, dopo aver abbandonato l’hard nella seconda metà degli anni Ottanta, divenne un apprezzato documentarista e regista di spot commerciali. Le cronache riferiscono che i suoi primi film pornografici furono finanziati dalla famiglia mafiosa Gambino, perché aveva intuito che era un business redditizio e “pulito” per riciclare il denaro sporco. La peculiarità del cinema di Costello era di raccontare storie di personaggi frustrati o disperati, e le scene di sesso correlate di solito sfociano in atti brutali e ruvidi, in cui la donna, seppure appagasse il suo desiderio, veniva sopraffatta dall’uomo (o da un gruppo di uomini). Proprio per queste specifiche, Shaun Costello è stato definito un regista malsano, oltre che bizzarro per come concepiva le scene di sesso. Non a caso una delle sue pellicole più note è Water Power (1977) – poi rieditato come Enema Bandit –, storia di un ex-veterano del Vietnam che decide di ripulire la città facendo clisteri alle persone che ritiene empie. In poche parole una variazione (o parodia?) di Taxi Driver (1976) di Martin Scorsese.

Pandora’s Mirror, scritto dallo stesso regista, seppure realizzato agli sgoccioli dell’età d’oro, persegue le tematiche tracciate dal cinema pornografico degli anni Settanta, narrando i desideri inappagati di una giovane donna di classe borghese. L’antico specchio magico del titolo funge da “televisore” che mostra a Pandora (Veronica Hart) tutte le vicende sessuali a cui ha assistito e “registrato”, dal Settecento ai primi anni Ottanta. Escamotage che forma una pellicola episodica, funzionale per far sfoggio di più scene hard possibili, anche se labile nella logica. In questa pellicola Costello, oltre a rimarcare gli umori plumbei della vita psico-sociale di Pandora (conduce una vita solitaria, ha mollato il fidanzato che riteneva noioso, e vorrebbe lasciarsi andare e trasgredire), è quella di prediligere scene di sesso in cui la donna di turno fa sesso con più uomini. Benché ottenga soddisfazione, la donna è solo un sollazzo per i maschi (nell’episodio ambientato nel Settecento e in quello nel Club privè). Anche nell’episodio collaterale dell’ex fidanzato Peter (Jamie Gillis), la copula inizia per libidinoso volere di Liz (Sandra Hillman), migliore amica di Pandora, per poi proseguire con le rudi penetrazioni di lui, che la sottomette al proprio piacere.

Pandora’s Mirror, tarda e manieristica espressione hard di tematiche già raccontate precedentemente, tuttavia suscita degli aspetti appassionanti. Prima di tutto è una di quelle pellicole pornografiche “gineceo”, in cui si utilizza un cospicuo parco di attrici impiegate ad attuare le diverse e mirabolanti scene di sesso. Intorno alla diva Veronica Hart (che il regista Paul Thomas Anderson l’ha definì «la Meryl Streep del porno»), ruotano altre stelline di quel proficuo periodo, tutte scelte per le specifiche anatomiche che ben si adattano ad ogni episodio. Sul fronte maschile, spicca Jamie Gillis, uno dei più carismatici e bravi (anche a livello recitativo) pornoattori, anche se ricopre un breve episodio. Mentre nella scena dell’orgia nel Club Privè, con indosso una maschera, c’è un giovane Ron Jeremy, che mostra già le sue notevoli doti. L’aspetto più curioso, però, deriva dall’episodio ambientato nel Settecento, perché nella colonna sonora sono presenti Women of Ireland e un lacerto di Tin Whistles, due brani che erano stati scelti da Stanley Kubrick per il suo Barry Lyndon (1975). Peccato che Costello non abbia saputo realizzare l’episodio con maggiore dovizia, iniziando sulla libidine della ragazza che si contempla nuda, accarezzandosi, davanti allo specchio, per poi terminare in una scontata e noiosa scena di sesso a quattro (la ragazza con tre uomini). Non c’è stata una vera concretizzazione di quello che Kubrick non ha potuto mostrare nel suo film, cioè la rudezza sessuale che si nasconde sotto gli ingombranti vestiti settecenteschi.

Roberto Baldassarre

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